Silvano Menegon

L’ Assessorato alla Cultura e L’Associazione Media Naonis
presentano la mostra d’arte di
SILVANO MENEGON
“Il bianco della memoria”
06 _ 27 maggio 2017
Spazio Espositivo della Sala Consiliare –
Centro Culturale “Aldo Moro”, Cordenons (PN)
inaugurazione Sabato 6 maggio ore 18.00
presentazione critica di Paolo Venti
apertura mostra lun.merc.ven.sab. 16.00 – 19.00
Ingresso libero – esclusi i festivi

silvano-menegon

Il bianco della memoria
nella pittura di Silvano Menegon

Vi è in tutto questo il candore di un paesaggio innevato, fosse anche a primavera, in tutti questi bianchi che accolgono l’adagiarsi delle cose, dei paesi delle cupole appena intraviste. Le cose si introducono, sembrano cadere dall’alto trasfigurate, appena riconoscibili nei pochi dettagli sobri che ancora conservano di un passato. Non sfugga un dato, nell’ultima serie dei lavori di Silvano Menegon, un particolare tecnico, perfino strutturale che però apre a interpretazioni interessanti. Quel profilo risparmiato sulla tela prima della cornice di legno, sistematicamente si apre in alto, a volte di lato: le pennellate raggiungono la cornice, la scavalcano aprendosi al fuori. Da lì entrano le cose, scendono come la sabbia in una classidra, clessidra caleidoscopica del tempo che poco sotto, in quella neve accogliente crea diffrazioni, genera ondate, vortici, forme. Lì, in quella porta magica, si addensa il colore, a volte magmatico, altre volte cascata d’acqua, lì l’origine del dipinto, ma al tempo stesso l’epifania delle cose. Da quell’apertura anche la luce scende, in forma di pioggia bianca che attraversa la tela e la rende traslucida, diafana fino a far perdere agli oggetti ogni consistenza, fino a farli sogno, ricordo, distanza. Anche l’impostazione del quadro sembra spesso confermare questo movimento verticale: le cose, le parvenze, una volta scese, entrate nella scena, galleggiano come a tre quarti di altezza, si spandono lungo direttrici orizzontali e restano sospese su questa laguna di bianchi. Il quadro diventa allora ricettacolo, nido, bozzolo in cui le situazioni vengono ripensate, le ferite curate, i grumi sciolti. Ricordi, giustamente, come ogni titolo dei quadri sottolinea, cioè uno spazio interno in cui le esperienze tornano, si rivivono all’insegna della cura. Ri-cordare in definitiva contiene già nell’etimologia questo secondo (ri-) passaggio per le strade del cuore (cor-cordis, alla latina) e la pittura di Silvano Menegon passa proprio attraverso questa via, è essa stessa una modalità di ripensamento. Proprio in quest’ottica si potranno leggere allora anche gli esiti a livello di linguaggio pittorico. Si spiegheranno in questo modo alcune costanti dei suoi quadri come i grumi di rosso bruciato, che del cuore hanno il pulsare, la forza, il calore, o lo sprofondare lieve di certi colori nel bianco a volte soffice a volte teso, e l’affiorare discreto delle cose, lontane, spesso di tre quarti, barlumi di paesaggio, di scorcio. E su questo bianco resterà il dubbio, più facile a sciogliere sul piano della tecnica pittorica che delle dinamiche psicologiche, se la pennellata candida accolga e trasfiguri o a volte nasconda e cancelli. Che del resto, meravigliosamente, è quello che fa la nostra memoria, archeologo talora laborioso, geologo salvatore, talora medico sapiente, ladro benefattore. Proprio la memoria del resto è il cardine di quell’astrattismo figurativo in cui Silvano stesso inquadra il proprio lavoro, in quel processo per cui il dato reale (Luna blu, Pignarûl) viene prima visto, poi trasfigurato fino a essere “sciolto” in una tela di emozioni, che sono di per sè colore. Dalla parte dello spettatore il processo sarà speculare perché al dato reale, appena accennato, arriveremo guidati da una traccia, rivivremo un tratto di strada mai vista, rivedremo una luna perduta tramite il commento di tante pennellate silenziose. Guidati anche noi da quella carezza dei bianchi che pure portano con sé, intrise, le infinite cromie delle cose, i riflessi dell’esperienza che restano dentro anche quando il tempo ha allontanato gli oggetti e le persone.

Paolo Venti

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