Roberto Da Cevraia

LO SGUARDO DELLE DONNE E DEI CAVALIERI

Finchè / tu, / donna / m’appari / sfrontata / di pennellate aggressive / rimarrai con me / vigile / di potenza e colore.

Roberto da Cevraia

Il laboratorio di Roberto da Cevraia è come i suoi quadri: pieno all’inverosimile. Pieno di carte, dipinti, libri, oggetti, pieno di idee e soprattutto di una vitalità creatrice che dai modi cordiali e gioviali della persona passa, moltiplicandosi per mille, alla potenza e all’energia dell’artista.

Chi visita il laboratorio, ma anche chi visita questa mostra, ha la sensazione di esser davanti a una energia imponente che da un lato sa concepire il progetto in grande, con respiro ampio, e dall’altro, trasferendosi sulla tela, sa poi curare la scelta cromatica, la carezza dei colori. Ma è già pronta un’altra idea, o incombe l’urgenza di una serializzazione dei lavori, proprio perché lo slancio ogni volta si rinnova, inesausto.

Colpisce intanto la grande capacità di Roberto di adattarsi a tutti i materiali, dal cartone alla carta, alla tela, la grande vena eclettica che sa ideare una figura stante, ma sa immaginare il taglio sull’acciaio di sagome drammatiche, o il design di un cavatappi, accomunati dallo stesso piglio e dallo stesso estro. E colpisce ancora i bisogno di conservare, di documentare, di scrivere pazientemente un diario infinito, costante, come se ogni istante, ogni carta andassero documentati, avessero a che fare con l’arte e non fosse proprio possibile scorporare questa da quella. Quasi la visione del mondo dovesse essere meditata ogni giorno sui sottili diari neri, tutti uguali, prima di potersi tradurre in dipinto, colore. O magari raccontata nei brevi versi delle poesie che pure sono uno dei territori frequentati dall’artista onnivoro, indagata al microscopio nella scelta dei termini, nella brevità asciutta e densa dei versi.

Ma venendo al pittore, eccoci davanti a figure imponenti, nella grandezza certo, di solito pari o superiore a quella reale, ma imponenti anche per il bisogno che esse hanno di invadere il quadro. Premute contro i bordi, la loro forza risulta appena contenuta, come in certi antichi sarcofaghi di guerrieri che tappezzano certe chiese. Bloccati nella loro energia, come congelati in un rettangolo che sta loro stretto, i guerrieri di Roberto sono testimonianza di un mondo eroico, intriso di forza e di valore, ma si pongono anche come figure isolate, prive di identità, con la celata rigorosamente calata sugli occhi, la spada al piede. I guerrieri dipinti su carta da pacchi, i guerrieri di Friesach nei loro alti pannelli oppure quelli di Hochosterwitz su piccole tele sono eroi vaganti senza meta alcuna, come bene ha scritto la Di Ronco, personaggi offese dalla violenza e dalla prevaricazione. “Le sontuosità cromatiche corrusche e baluginii sono ancora solo tracce di una età ormai spenta”, per citare ancora le sue parole.

Sono chiusi in una loro assenza, questi guerrieri, in una distanza temporale e fisica che suona come un monito rispetto al presente. Sarà forse la loro rigorosa verticalità ieratica, o la serialità che fa pensare in qualche modo ai guerrieri di terracotta di Qin a Xi’an, certo è che il tratto forte conferisce alle sue figure una potenza che va di là dal tempo e ci chiama a confrontarci con questo presente labile e precario. Una serie infinita di soldati muti dietro la celata ci guardano, forse ci giudicano, eterni come certe figure del mosaico bizantino, custodi di qualcosa che non è più. Si ha quasi un rovesciamento delle parti, in questo neoespressionismo di Roberto da Cevraia: non è più l’immagine a presentare tratti deformati, spasmodicamente tesi, ma nella sua fissità noi misuriamo la nostra angoscia. E se poi qualche volta i guerrieri sembrano ridotti a manichini, marionette ondeggianti su cartoni leggeri, è una considerazione amara per una civiltà che sta rinunciando ai suoi miti e ai suoi eroi. E il monito finisce a volte per farsi denuncia reale, scendendo dal piedistallo dell’antichità: quadri come Kukes, che denuncia la guerra in Kossovo, o le più recenti installazioni che celebrano i sacrifici della Grande Guerra ci mostrano un artista attento alla modernità, capace di scendere sul terreno concreto del presente. Del resto è propria dell’arte espressionista, in cui il mondo è visto dal di dentro, la fusione intima di istanza etica e di istanza estetica. Il colore, il suo ammassarsi a volte rabbioso sulla superficie, carico di una forza incoercibile dei suoi tratti decisi e nei suoi scontri cromatici potenti, diventa bellezza ma nemmeno per un attimo smette di essere riflessione, denuncia, protesta.

L’altra metà del cielo occupa l’altra metà della produzione di Roberto, in una significativa simbiosi/antitesi. Sono le grandi donne, prive ugualmente di ogni tridimensionalità, prospettiva, geometria, ma capaci di un grande impatto seduttivo nelle pennellate larghe e sicure, nei colori carichi che sanno di vitalità ed emanano un edonismo irresistibile. Anche qui la stessa pittura eseguita a segni ampi e veloci, quasi di getto, trascura ogni dettaglio ma trasmette una energia primordiale. Alla linearità dei guerrieri, stretti fra lance e spade, si sostituisce qui una sensibilità alle linee curve, ai pieni di un corpo che sembra fuoriuscire dai margini del supporto per propagare oltre un’onda di colore e passione. La morbidezza delle linee ne fanno donne vere, di carne ed ossa, donne nostre, generose custodi della terra e della casa, donne innamorate. Gli sguardi restano enigmatici, lontani, quasi la sensualità si compensasse con una ritrosia, a rendere più forte la seduzione. Se là, nei guerrieri, si evocava uno sfondo di eroismo, di storia antica, qui si evoca un femminile eterno, una potenza che rimanda alla natura, alla generazione, all’eros, ci ricongiunge con quella semplicità originaria che non ha bisogno di ammennicoli o di artifici moderni per rapire l’occhio e l’anima dello spettatore.

Questa la polarità in cui si snoda la poetica di Roberto, una dialettica che si può coniugare come guerra-pace, rigore-dolcezza, maschio-femmina. La storia da un lato, con la sua rigidità, la sua violenza che non sa adattarsi ai tempi, perennemente anacronistica, e dall’altro il quotidiano, l’eterno quotidiano che è il regno femminile, quello del calore, della fusione, della vita. Non mancano nella sua enorme galleria ritratti coloratissimi, uccelli stilizzati il cui becco emerge da una massa indistinta, lanciati verso cieli di libertà, angeli, tracciati con pennellate che sembrano penne in volo, ma certo questo è il filo rosso più forte, la chiave di lettura più rilevante.

La costante, il collante di tutta la sua produzione, resta il colore, forse la cifra più riconoscibile di Roberto da Cevraia, quella che più lo ricollega alla matrice espressionista. Vi è un coraggio che mai viene meno nell’uso delle cromie, stese a larghe pennellate, pastose, grandi macchie di ocra, rosa, beige che restituiscono un sentimento di sfondo più che una veste o un incarnato. E poi, sopra, le tracce scure, nere, blu, a pennellate lunghe, sicure e senza ripensamenti, a segnare contorni essenziali, come fossero allusioni, guide per ricomporre nella mente un pensiero, prima ancora che una figura reale. Una fusione difficile, potente, dove convive l’emozione riversata nelle tinte calde e il rigore delle tracce, la forza della passione e quella di un pensiero. Ancora una volta, dentro le cose e le immagini, la dualità del maschile e del femminile che sta al cuore del mondo, l’esigenza di definire e di stemperare, di allontanare e di sedurre. Tensioni difficili, in cui giochiamo il nostro essere qui, sulla terra, e in cui l’artista gioca la sua partita, fatta di linee e colori, a volte ugualmente difficile.

Paolo Venti

 

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