Miti e altri miti – Sulle tele di Ferretti e Donadei

Due artisti all’insegna della visionarietà, capaci con tratti diversi ma con molti elementi in comune, di proiettarci in un mondo dove l’arte si fa creazione libera di mondi, evocatrice di sogni, a tratti sfoderando una verve sarcastica e affilata, a tratti servendosi dei modi più dolci del fumetto, a tratti ancora creando composizioni dense di valenze simboliche.

In Fabio Ferretti è più evidente la vicinanza a modi della pop art, con una tecnica che per molti aspetti ricorda quella del fumetto. Un modo per lasciare libero spazio alla propria fantasia, alla propria lente che deforma il mondo e lo sa ricreare sovvertendone l’ordine, mostrandocelo in forma spaesante e problematica. Le figure che si accalcano sulla tela, vivacissime e impegnate in pose e gestualità improbabili e stupefacenti, sono certo intrise di una giocosità e di una freschezza di forme/deformate che ricorda celebri artisti del fumetto o certi modi del graffitismo o magari della caricatura, ma a ben guardare ogni personaggio ne esce portandosi dietro una propria serietà adulta. Barbe, capelli, calvizie,  pipe cappelli sono i segni che non troppo dietro il fantoccio vi è una umanità reale, carica delle sue manie, delle sue idiosincrasie. A volte sono persone vicine, magari conoscenti (si sa della generosità di Fabio nell’omaggiare gli amici o gli ambienti che frequenta delle sue interpretazioni caricaturali…), a volte è la storia, anche quella più sacra. Le figure, ingigantite nei loro caratteri fisici ma ancor più nei loro tic e nelle loro ossessioni, compongono quadri che sono storie, riletture del mito. Questo del mito è un motivo che sta particolarmente a cuore all’artista, perché il mito “è qui”, è proprio in questa possibilità di riscrittura continua, di risemantizzazione. Varianti delle storie bibliche, riscritture ennesime di miti classici popolano l’universo di umanoidi, in atmosfere giocose e misteriose a volte, ma sempre capaci di mettere in atto una sorta di liberazione psichica riconoscibilissima in tanti dettagli. Frecce, insetti, scale, particolari anatomici ci trasportano in un mondo onirico che chiede di essere esplorato e liberato, lasciandoci portare dal gioco e rinunciando a quel buon senso che il mondo ci insegna ma che ci impedisce di guardare davvero. È un universo in cui tutto può accadere, in cui il sacro si accosta al profano, in cui i gatti possono avere le mani e le aureole diventano ruote di carro in un gioco di deformazione continua. Questa la condizione perché si possa comprendere qualche cosa di più del nostro, così regolare, all’apparenza, così reale, ma scavato e lacerato da tensioni irrisolte.

In una dimensione più visionaria si colloca la pittura di Chiara Donadei, in un realismo a tratti lirico ma più spesso di natura metafisica, capace di evocare paesaggi e situazioni dal fortissimo valore simbolico. Ponti sospesi su lagune lontane, strani paesaggi futuribili, inquietanti e popolati da donne, serpenti, alghe, realtà che si sovrappongono evocando i primi tempi del mondo, o gli ultimi forse. Viene in mente la pittura di Blake, questa capacità di evocare momenti topici, di una sacralità ostentata e spinta agli estremi. I colori, spesso pieni, fino alle dorature, spesso viceversa limitati ad un tratteggio quasi di china, sono capaci di per sé di condurre chi osserva ad una tensione emotiva forte, ad un coinvolgimento dei sensi e della ragione nello sforzo di entrare in un mondo altro. Popolati i donne, per lo più, perché forse alla figura femminile è riconosciuta quella sacralità e quella vicinanza al mistero che questo mondo ha perduto da tempo: la maternità, la voluttà, la bellezza, perfino l’utopia e la santità sono incarnate nei volti di donne, nei loro corpi sinuosi che sono portatori di una forza che non è di questo nostro tempo. Ci si sente avvicinati d’un tratto ad una costellazione di sensi ancestrale, arcana, in cui verità, energie, significati ritrovano una potenza perduta. I volti umani, compenetrati, stilizzati fino a farne abitanti di altri mondi, perfetti, immortali, sono evocazioni di miti futuri. Ancora miti, dunque, certo, perché il mito da sempre ci ha raccontato quello che sta dentro e quello che sta ad di sopra del mondo, capace di raccontare con incisività le nostre storie, quelle dei nostri sosia un po’ grotteschi eppure tanto veri, oppure le storie lontane, di come è stato tanto tempo fa, all’alba del mondo, o come avrebbe potuto essere. Così l’arte, da sempre: uno sguardo che penetra il mondo e lo svela per quello che è, uno sguardo che un attimo dopo vola altrove e sogna come potrebbe essere.

Paolo Venti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *