Sai… – Marta Serena

23 gennaio 20..
Profumano nel gelo i calicantus
un filo di dolcezza tra le polveri
sottili degli scarichi
aria pesante, pasta di notte e nebbia
si spalma sulla faccia pedalando
berretto in testa, sciarpa sul naso e guanti
e avanti
dentro il mondo rattrappito dell’inverno
seguendo il miraggio di un odore /
amore /
labile
perso
inafferrabile

La storia di una fine

Credo si possa partire, per inquadrare la scrittura di Marta Serena in questa piccola silloge poetica, dalle due parole che costituiscono titolo e dedica: “Sai…” e TFR. La prima ci colloca nello spazio di un dialogo, di un parlare a due che come sempre in poesia può essere intimo (un io-tu legati da amore, ricordo, desiderio) ma diventa immediatamente, all’atto della stampa un io poeta-tu lettore.

Il Sai però ci dice di più: ci dice di un dialogo che risale indietro nel tempo, di una confidenza, di una condivisione (sai perché ce lo siamo detti già, perché è già successo) e ci colloca in un clima preciso. Sai introduce ad un parlare affettuoso, senza imperativi, pacato: è un intercalare che suona come una carezza che cerca la comprensione e la condivisione, che cerca uno spazio imperfetto in cui sospendere il giudizio su noi e sugli altri (“Sai com’è…”).

Il TFR non è una parola, è una sigla, burocratica: un Trattamento di fine rapporto, che significa congedo, sforzo di riconsiderare quello che c’è stato, di fare un bilancio. Ammesso che i rapporti finiscano. Perché nel seguito di questa strano esergo  si parla di appunti (cioè poesie) che non si possono mandare via mail, che vanno letti e poi cestinati, appunti che “ti riguardano e ti sono dovuti”. TFR è il contrario del “Sai”: alla ricerca di una condivisione qui si sostituisce una forma di dolente ironia o autoironia. Ci sforzeremo di tagliare, di accettare un taglio nella nostra vita, ma la sigla fredda racconta il contrario, parla di un calore che non si spegne, di un desiderio che brucia.

Poesia di una fine, dunque, della fine di una amore, questo è. Cioè terreno difficile, difficilissimo perché arato all’infinito, col rischio continuo di una poesia consolazione, di una poesia disperazione, in cui il dramma del sentimento soverchia e schiaccia la trama delle parole. Mi sono avvicinato a queste poesie, lo confesso, con questo timore. In poesia, se non si raggiunge una levità, una distanza e un controllo su di sé e sulle cose, non è poesia. Occorre che nel dolore le parole si impongano, in qualche modo fissino un ordine loro, dettino le loro istanze di equilibrio, suono, tanto più là dove la materia umana e dolente pesa e urge. Si tratta di cambiare sguardo, di guardare qui ma anche al di là, ed è questo l’unico modo, a volte un po’ crudele, per dare parole al mio dolore e farlo leggibile, a me e agli altri, perfino utile a chi legge. Ecco, mi sono addentrato nelle pagine con questo preconcetto, consapevole di questo pericolo, e ho trovato una catena di testi tessuti con le parole giuste, i ritmi giusti: portano preciso in sé un sentimento, un dolore, e sono anche altro. Di volta in volta è il concentrarsi su una parola, mai banale, caricandola di echi, di richiami (ma su di me non piove / tu non vieni) o la capacità di incastonare parole importanti nella levità di un ritmo, a volte qualche endecasillabo esemplare (di due fragilità che si compenetrano). Ma come sempre in poesia è la iunctura che fa la differenza, quell’incontro inatteso o inedito fra le parole che le fa risuonare come nuove, che desta stupore come fosse un piccolo miracolo di semplicità. Potrei citarne un bell’elenco ma mi limiterà a qualche esempio, come quando si scopre che il sogno è così vivido / di poesia e di sesso, oppure che è  lasca trama d’amore / all’ordito instabile dei sensi, o un disperato desiderio di sapore / il nostro amore. Non sono artifici, bravura tecnica capace di ridar vita alla lingua (che già sarebbe gran cosa) ma si scivola senza accorgersi ogni volta sul piano del significato, ad un piccolo miracolo di senso, a una scoperta fatta nel cuore stesso della vita, del tempo, di quelle scoperte che solo nascono dal dolore prolungato, sedimentato. Anche fuori contesto si colga la pulizia di alcune espressioni che nella vita ciascuno di noi in fondo scopre di aver condiviso, e qui le riscopre nuove e sue al tempo stesso: come se fosse un po’ di morte assaporata / prima del tempo“, “e sfuggire a se stessi è più costoso“, “e la mia vita non sfugge alle sue regole“, “Tutto, di noi, si è toccato / fino al fondo dei sensi più reconditi“.

 

E’ la narrazione di una storia mancata, di un amore che si è arenato nelle secche delle nostre vite difficili, adulte, meraviglioso forse perché impossibile e destinato per questo a farsi ideale, doloroso e incancellabile travaglio che dura ben dopo la sua fine.

La raccolta, rapidamente, inesorabilmente, nell’ultima parte chiude una parabola, stringe la curva di una storia. Inesorabile è la malattia, la chemio, l’ospedale, la morte, la cenere, la fine. Seguire questa linea è difficilissimo con le parole, pazzesco, ma per certi versi le parole sono la sola cosa nostra che ci segue anche in questi territori, che sa trovare una sintonia con il dolore tramite i silenzi, che sa rinunciare a ogni ritmo per farsi prosa. È una meraviglia questa lenta discesa della poesia verso l’indicibile, una discesa a tappe che non teme neppure la sua negazione.

La gioia della passione nasce già all’insegna della fine, della lontananza, se solo leggiamo il primo verso della raccolta (“Scrivimi, scrivi. Perché non mi scrivi?”), e ben presto il territorio che rimane è solo quello del ricordo, la poesia stessa serve a ricomporre riga dopo riga barlumi di cose accadute ed amate (“Cerco di ricreare col pensiero / i pochi istanti in cui ci siamo amati“).

La fine della storia è, annunciata fin dall’inizio (“e tutto, in questo amore invernale / che non avrà successive primavere / si gioca fino all’ultimo“), ma il punto fermo ti sorprende sempre come una sferzata, inattesa. Ed è straordinario come anche il verso muoia, in certo modo, si spenga in un crollare di sillabe, frantumante e aritmiche dopo l’ultimo bell’endecasillabo cantabile

 

“Mi muore tra le mani questo amore

non riesco

più

a trattenerlo”

 

Il silenzio, infine, quella condizione in cui ogni parola sembra troppo per dire il nulla (“Non riesco più a trovare le parole / per dire il vuoto“).

 

E la prosa, infine, quel raccontare spalmato e disincantato che rimane quando tutto è finito e che contrasta nettamente con la tensione lirica di tante poesie precedenti.

 

e mi sono svegliata nel buio – saranno state

le due, le tre. Ed è curioso perché

io non mi sveglio mai, di notte, dormo

come un sasso, come un ottuso peso

morto –

 

La breve serie di poesie post mortem, in cui senza accorgermi mi sto già addentrando, (perché non vi è una vera cesura e l’abbandono ha i modi del lutto, si sa) ha comunque una cadenza in parte diversa. Vi si riconoscono componenti nuove e ugualmente potenti. Vi è come una saggezza raggiunta nel dolore, una disperazione calma, per dirla con Caproni, che si articola in frasi più ampie, che conosce la complessità delle cose (“È ora che mi rassegni all’idea / che non ci sono isole / e che tutto non è / che un immane, perenne naufragio“). La vita nonostante tutto continua in chi rimane e la morte ci insegna a guardare la biologia, l’anatomia, come un destino ineluttabile o un ancoraggio all’esistente, nonostante tutto (“e il sangue / e questo brontolio di vita che ci scorre / malgrado tutto / dentro“).

Ma forse la componente nuova più rilevante è una sorta di disincanto, la comprensione che la vita è altro da noi, che siamo qui a fare i conti con miraggi, illusioni. Le cose forse non sono come le percepiamo (“ma poi mi accorgo che è soltanto una questione / di viraggio freddo degli occhiali”). Perfino l’illusione di rivedere l’amato in qualche estraneo che passa per strada è illusione, crudele illusione (“non sei tu, immancabilmente“, dove quell’avverbio finale, di lunghezza inusitata, ha da solo una potenza poetica e un’eco formidabili). Quello che resta delle persone amate è altro, all’inizio non lo riconosciamo. Magari sopravvive dentro di noi qualcosa, una traccia che avrà un sapore perfino beffardo ma almeno concreto, ricordo vivo e tangibile, fosse pure le traccia di una micosi (“è l’ottusa bestiale ostinazione / della vita cellulare non senziente“). A dire che il corpo ricorda, ricorda nonostante ogni nostro sforzo di dimenticare. Ma vale anche il contrario perché laddove la terra si lava e la tempesta si cancella con le piogge successive, non nemmeno abbiamo questa fortuna (“In me, invece, il fango / si pietrifica“)

Resta il tempo di un lento rimasticare, ripensare, che non serve a darsi pace mai (“del resto lo so, so / che l’ideale è più perfetto del reale / non si macchia delle piaghe della vita“). Il tempo ha preso un ritmo diverso, si vive in una attesa di niente come un orologio che segna ore passate, che non passano, persi in una ripetitività del quotidiano che non respiro di futuro (“Fai brighi metti a posto / e intanto strige il morso / la catena dei ricordi”).

Ci si accorge pian piano che non ci sono frasi magiche che si salvino, che la poesia non risolve il dramma come fosse un rebus e non guarisce, semmai ci accompagna come un acuto testimone di noi stessi. La chiusa è sintomatica di questo disincanto: che fosse un amore impossibile lo racconta la scritta scherzosa sul rotolo di carta assorbente da cucina (“vedi le verità profonde / dove stanno!”).

Paolo Venti

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