Ossimori, la pittura di Valeria Marchi e Silvia De Anna

Le cose del mondo fra assenza e solitudine

L’arte di Valeria Marchi e Silvia De Anna

“Ossimori” è il titolo più giusto per questa mostra che presenta due artiste interessanti, amiche nella vita ma che nella loro esperienza artistica arrivano a esiti per tanti versi antitetici, che sondano davvero livelli del reale e dell’immaginario collocati quasi agli antipodi.

Basta scorrere rapidamente le sale di questo splendido spazio espositivo per passare dai bianchi minimalisti di Valeria Marchi, fatti solo di velature di bianco su bianco, di pattern esili, di inserti che alterano la superficie ma appena incidono la cromia uniforme, alle opere spigliate, colorate, scritte di Silvia De Anna. Di primo acchito le due produzioni mi hanno riportato alla mente la grande e antica divisione del pensiero occidentale che ha fatto di Platone e Aristotele i due amici antagonisti nell’interpretazione del reale. Le tele della Marchi hanno davvero l’astrazione dell’ideale, di quel mondo iperuranio in cui ogni accidente (colore, durezza, forma) scompare per consentire di raggiungere un modello astratto, un archetipo. E’ l’occhio della mente, della mente superiore che guarda: tutto va colto nella sua geometria distaccata dalla terra, priva di terrestrità, lontana dal fluire incessante delle cose. Arte che nella sua perfezione ed essenzialità mira a ridurre ogni dettaglio a forma, in un mondo di piani bianchi appena mossi da sovrapposizioni, anch’esse bianche, o da esili pattern. Una sorta di riduzione al silenzio, una liberazione dalle cose e dal loro colorato rumore verso la contemplazione di un mondo dove l’essere si dispiega originario, non ancora parcellizzato, frantumato in individualità precarie. Una pittura, verrebbe da dire, che si pone prima della pittura, in un’era in cui non c’è distinzione fra le arti, rispetto alla scultura per esempio, ma il pennello è chiamato a suggerire idee metafisiche, pre-visive. Siamo davanti a spazi liberi, in cui le cose sono ancora embrioni concettuali, incresparsi di energia luminosa. Ma già certi turgori che si gonfiano sotto la tela, certi nodi che intersecano i piani, certi grovigli, seppure nel loro biancore monocromo ci parlano di un pulsare delle cose che premono per emergere, di forme irregolari contorte e contratte che il piano fatica a trattenere e che a tratti di fatto sono già lì, ormai mondo. È lo stesso percorso che porta queste idee primigenie a esibirsi nello spazio, a vivere staccandosi dalla tela piana: così certe installazioni di carta che fluttuano nello spazio, lentamente se ne appropriano, scendono magari da un soffitto/cielo come emanazioni, epifanie bianche eppure già definite, distinte, individualizzate. Oppure sperimentano la polarità del bianco/nero, si pongono da sole un’antitesi, creano un altro da sé per dar vita pian piano alle cose. Nessun colore ancora, ma una tensione interna, una dialettica giocata su una bicromia elementare, davvero metafisica.

Dalle cose parte invece il lavoro di Silvia De Anna, che degli oggetti fa il centro delle sue composizioni, rigorosamente a matita. Parlavo di Aristotele, all’inizio, perché qui l’attenzione è al reale, il fenomeno va salvato, riconsiderato nella sua esistenza e nelle sue difficili dinamiche, va storicizzato addirittura, socializzato. Nemmeno la tecnica è indifferente perché le grandi campiture di bianco di Valeria astraggono da ogni dettaglio, la matita costringe al contrario a curare i contorni, le vibrazioni di quella specifica materia. È del tutto evidente la formazione professionale di architetto, nel tratto, nella sicurezza compositiva delle opere, ma gli oggetti si pongono qui davanti a noi con l’intento di provocarci. Lo fanno in una gradualità di modi che merita di essere seguita, quasi in una continuità rispetto all’opera di Valeria che ci porta fino a questo nostro tempo. Intanto gli oggetti si impongono, spesso entrano nella composizione invadendola da un lato, o accampandosi prepotenti al centro (un paio di forbici) o magari alludendo a una pesantezza “fisica”, a una materialità ben riconoscibile (pesi, superfici ruvide, lavorazioni meccaniche). Ci provocano perché il dettaglio con cui a volte sono riassunti anche gli oggetti quotidiani ci spiazza, ci costringe a riconsiderarli nella loro dimensione di cose, di presenze, che spesso diamo per scontate. Ci mettono in crisi perché la loro funzione è sovvertita (violini che lanciano frecce) o perché diventano essi stessi protagonisti di animazioni, in una tecnica che ha molto del fumetto (una cucitrice/squalo, per esempio, o la piccola danzatrice che meriterebbe un discorso a parte). Ma soprattutto il percorso ci porta avanti fino al momento in cui gli oggetti incontrano le parole, e la confusione che ne segue. Vi è una continua, intrinseca convivenza fra icona e scrittura: ogni opera vive di questa simbiosi fra disegno e concetto (“l’oro”, ” È l’ora”, oppure “Affetti collaterali”). L’operazione artistica non ha timore di farsi rebus (“piuma” +  controllo = “uccello”), di usare gli oggetti per evocare paradossi (il gancio e la matita) o di esplicitare in didascalie la domanda esistenziale suggerita dal dettaglio (“Perché ci chiamiamo fuori?”). Le cose sono appena nate e già sono metafora, simbolo di altro, sottratte al loro essere per servire il nostro pensiero. O meglio, siamo noi uomini che al nostro apparire abbiamo creato una frattura insanabile: le cose là, noi chiusi dentro di noi con i nostri dubbi, le nostre inquietudini che ci impediscono di riconoscere e usare il reale per quello che è. I simboli che ci guidano attraverso queste riflessioni sono tanti: la penna (Bic), le forbici, il telefono, con uno sguardo a volte ironico, a volte autoironico, a volte disperato. Non a caso sono soprattutto certi spazi bianchi che a volte creano vuoti inquietanti sul foglio, o certe luci che attraversano la tela cercando qualcosa. O quell’attaccaglia appesa al muro da sola, diventata essa stessa quadro, che ci parla di un vuoto disperante, di un silenzio drammatico.

I due percorsi in qualche modo si chiudono su se stessi: Valeria ci ha detto di un mondo senza uomini, di una realtà addirittura prima del mondo, o al di sopra del mondo, avvolta in un silenzio bianco e puro. E a questo vuoto, molto meno puro, molto più tormentato, ci riconduce Silvia. È il vuoto che sta dopo le cose, quello della modernità, dell’inquietudine. Non sarà un caso che l’ultima fase della sua produzione siano certe figure di donne giovani dai tratti appena accennati, nascoste, forse protette da cespugli folti di capelli. Immerse in un mondo inquietante e difficile da interpretare, con la loro vitalità fragile sono forse la sintesi migliore di questa ricerca di Valeria e Silvia insieme: una ricerca al femminile, coraggiosa, sofferta, originale.

Paolo Venti

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