Mario Snaidero

L’ASSESSORATO ALLA CULTURA DI CORDENONS  e L’ASSOCIAZIONE MEDIA NAONIS

invitano alla mostra d’arte di  MARIO SNAIDERO

inaugurazione  SABATO  17 FEBBRAIO ORE 18.00

 

SPAZIO ESPOSITIVO SALA CONSILIARE CENTRO CULTURALE ALDO MORO – CORDENONS

Presentazione di Paolo Venti

apertura mostra dal 17 febbraio al 10 marzo lun.merc.ven.sab 16.00 – 19.00

N.B. Nell’occasione sarà distribuito il nuovo calendario di Un ANNO D’ARTE 2018

 

La magia delle tinte nuove

Mario Snaidero è pittore di lunga data, autodidatta ma chiamato per una sorta di vocazione fin dagli anni Settanta a confrontarsi con la tela, i colori, i pennelli, in quello sforzo inesausto e improbo che è la sfida di ogni pittura: dar vita a ciò che si vede. O a ciò che si sente. O a ciò che si immagina, in un complicato gioco caleidoscopico per cui realtà, retina, pensiero, ricordo, emozione si mescolano al punto tale da diventare indistinguibili. La partenza è nell’ambito di un “semplicismo realista”, come recita una sua biografia, cioè dallo sforzo di rendere con la levità dell’acquerello un paesaggio che più non è, il paesaggio del nostro Friuli e della sua infanzia, velato di nostalgia e declinato in chiave elegiaca. Ma è quasi un destino, una parabola che segna la storia artistica di tanti pittori, il suo passaggio più recente all’informale, che è la categoria in cui meglio si inserisce la sua produzione attuale. I dettagli del ricordo non si perdono, quelli no, ma vi è come un’insoddisfazione che cresce nell’artista, una sfiducia nella possibilità che la pittura figurativa possa rendere giustizia alla realtà che abbiamo attraversato. E’ inutile, forse è perfino doloroso, insistere a ricreare un profilo inevitabilmente finto di quello che, vivo e reale, ci riempiva gli occhi e l’anima: lo si capisce arrivati ad una certa età, vien da dire, quando la distanza e la saggezza svelano l’illusione. E ci proiettano nel regno della modernità, che sulla reale esistenza degli oggetti, sulla loro oggettiva descrizione, sulla possibilità di una resa “realistica” ha posto una seria ipoteca. Meglio davvero scegliere la strada della “ricreazione”, meglio affidarsi a quella sottile interfaccia in cui le cose non sono più cose ma entrano dentro di noi come percezione, escono da noi come ricordo, diventano impressione, suggestione, frammento. Ed ecco i quadri di Snaidero che si propongono a noi come un groviglio di forme, oggetti non più oggetti o paesaggi ormai sfaldati che si tengono assieme solo per legami cromatici, per contiguità dettate dal ricordo, che come si sa lega e scioglie a suo piacimento, ricrea, confonde. Le tele di propongono allora come sovrapposizione ossessiva di strati, uno sull’altro, uno a nascondere l’altro, come infiniti fogli di memoria ciascuno dei quali cerca un suo rilievo, una sua visibilità: oggetti schiacciati, ridotti a una misura bidimensionale che parla all’occhio ma ha rinunciato a impossibili resurrezioni, archivi del ricordo di cui si conserva soprattutto un profumo, una sensazione. E’ un processo che inevitabilmente sfocia in un’altra dimensione, impercettibilmente si offre ad altre letture. L’archivio dell’occhio pian piano diventa attuale, emerge al presente come istanza estetica: la tela diventa luogo in cui ricercare equilibri cromatici, dialoghi tonali, in cui sperimentare trame, filigrane originali e riconoscibili.

Le tele di Mario Snaidero si devono leggere anche e soprattutto in questa dimensione, nella loro “qualità pittorica”, verrebbe da dire. Ne emergono alcune costanti significative, per esempio l’attenzione in certe opere ai bordi delle cose, a quelle linee che definiscono le forme e che si intrecciano, si prolungano in tutta la tela fino a costituire una sorta di ragnatela capace di legare, tenere gli elementi, salvarli quasi dal rischio di una fuga centripeta o di una definitiva perdita. Ma anche l’attenzione e la ricerca di una armonia cromatica precisa e sofisticata: oggetti, sfondo, dettagli, bordi non sono tenuti insieme ormai dai consueti legami di dipendenza, prossimità, ordine, ma da leggi dettate dai colori e dalle sfumature, le uniche leggi che sulla tela impongono legami, richiami, rendono possibile un discorso silenzioso. Vi  è in questo una grande attenzione e una notevole sensibilità: ogni tela riesce attraverso questa orchestrazione cromatica a evocare un’atmosfera precisa, molto spesso elegiaca (certi grigi, certi beige…), ma talora anche serena, solare se non addirittura passionale e infiammata, nel ricorso a certi rossi e a certi contrasti più forti.

Dovessi indicare una cifra specifica nella pittura di Snaidero, però, la individuerei nella mescolanza continua e personalissima delle tinte, in quella capacità non frequente di fondere i colori fino a ottenere degli ibridi improbabili, al limite inesistenti. Azzurri che scivolano inavvertitamente nei marroni, bruciati che con la complicità di inserti materici si confondono con i bianchi, texture in cui il colore perde la sua identità e il suo nome. Sicché anche chi osserva finisce per sorprendersi, e mentre va ricercando nel ricordo un colore uguale, si trova senza accorgersi a rivederlo tutto daccapo, il suo mondo, con filtri nuovi e occhi nuovi. Verdi che non sono verdi, campiture biancastre che potrebbero essere qualsiasi cosa, sfumature indefinibili: capisci pian piano quanto povero sia in fondo il tuo modo di descrivere le cose e quanto altro si possa vedere, si possa dire del mondo, se appena si guarda sotto la superficie più evidente e più facile.

Paolo Venti

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