I contrasti nella pittura di Evaristo Cian

Pittura di opposizioni , questo a me pare di cogliere nelle opere di Evaristo Cian. Opposizioni a tanti livelli, come se lo scopo stesso del fare pittura fosse quello di fotografare e rendere conto di faglie, fratture, contrasti stridenti. Il discorso si può in effetti costruire con precisione, soprattutto ponendo attenzione a quella serie di elementi ricorrenti che funzionano come autocitazioni ma ribadiscono per questo una loro significanza pregnante.

Partirei da quella curiosa ricorrenza della cornice che spesso definisce un oggetto all’interno di un quadro, contorna qualcosa che fa parte del quadro, è in continuità cromatica magari con l’insieme ma è evidenziato nei colori, dalla cornice stessa. E’ lo sforzo di mettere a fuoco, di condurre per mano se stessi e lo spettatore a guardare, con intensità, per capire quando le cose affondino le radici nell’insieme. Una variante che ci porta sulla stessa linea è la ricorrenza di fotogrammi, di certi segni minuscoli che definiscono l’immagine utile negli obiettivi di telecamere e videocamere: quello si mette a fuoco, quello è isolato dal resto, ma il resto va oltre, e noi siamo destinati a cogliere solo parti minuscole, a perdere il senso dell’insieme.  Il contrario è il nastro adesivo, altra icona ricorrente. Pezzetti di nastro, di solito blu o bianco o nero, incollano fogli, ma a volte staccano pezzi di realtà dallo sfondo e li incollano come post-it. E’ un modo, credo, per raccontarci dell’effimero delle cose stesse, di questo loro essere qui, ma essere già virtuali, fuori dal mondo, provvisorie. Perfino un viso di persona, di cui niente possiamo immaginare di più reale, può d’un tratto essere avulso, reso svolazzante e fragile, appiccicato un po’ a caso in questo mondo.

Lo stesso tipo di opposizione si ha, a livello cromatico, nel contrasto stridente di bianco e nero rispetto a cromie forti, sparate. Quasi in ogni tela le sezioni monocrome si  giustappongono a parti colorate, in qualche caso perfino in forma esasperata come in certe strisciate policrome simili alle scale di calibratura delle tipografie. Quasi sempre l’opposizione si rivela opposizione cronologica: il passato, magari ritagliato come cartolina, letto con il filtro della memoria, è in bianco e nero, sfocato, laddove il presente assume forme artificiosamente colorate che rinviano perfino a certa cultura pop o ai modi del fumetto.

A volte, spesso, questo gioco di piani diventa metapittorico: numerose sono le tele in cui l’ambiente è costituito da uno studio pittorico, da un cavalletto, da pennelli, colori. Un terzo livello di reale, verrebbe da dire, dove il modello reale è assente, o meglio sostituito da una foto appiccicata con il nastro alla parete e il cavalletto è pronto per creare altri sostituti. Senza che alla fine si possa distinguere fra i diversi gradi di questa stessa realtà, in qualche modo il vero dramma dei tempi moderni in cui un fotogramma è più vero del vero.

Altri simboli ci confermano questa lettura, da quella lampadina azzurra che sembra illuminare ma non illumina nulla, forse è solo la luce fredda della nostra presunta intelligenza, o quel telo tante volte sospeso a mezz’aria, provvisorio, con le mollette o con lo scotch. Divide che cosa? Noi qui dalla verità, o la percezione dalla realtà, questo mondo da un altro: non si sa, ma certo è icona inquietante di un nascondimento, velo di Maya che ci toglie ogni sicurezza.

A volte le cose stridono, i loro lati contrastanti  rivelano le sembianze della violenza. La vecchia Renault 4 rosso sangue è stritolata dalla forza cieca della forca metallica i cui denti letteralmente si tingono di sangue, così come in un’altra tela il gancio metallico esercita la sua forza sproporzionata sul nulla, forse solo sul povero straccio che sventola inerte.

La dimensione locale su cui si esercita lo sguardo di Evaristo Cian (ogni oggetto è “quell’oggetto”, ogni scena è un episodio o un aneddoto che dalla sua voce si può ricostruire) ha una grande importanza in quest’ultima parte del percorso, in cui le opposizioni si storicizzano. Il Friuli è questa terra, e proprio questa offre delle evidenti e forti simbologie.  Il cinghiale che occupa tanti quadri di Cian, rigorosamente in bianco e nero, soltanto con l’occhio di un azzurro intenso, è animale selvatico per eccellenza, in questa regione, non addomesticabile, sgraziato, forte, perfino feroce. Ad esso si oppone il cane, maculato magari ma collocato in uno spazio brillante di colori: è l’animale della cultura, quello vicino, quello avvicinabile, domestico (ma si tenga sempre presente che tutto questo che qui utilizziamo in funzione quasi simbolica, nell’universo di Cian ha un nome preciso, è quel cane, con quel nome, quel preciso carattere).

A volte la pittura ospita altri canali comunicativi, una forma di critica o di denuncia si esercita attraverso segni (il mirino puntato alla testa del cinghiale) o il sarcasmo che ricorda certe vignette satiriche (“Attenti al cane” affianca in una tela un povero cane … zoppo, zoppo magari come la nostra presunta e presuntuosa civiltà).

Ma il simbolo concreto, e quindi il correlativo oggettivo, verrebbe da dire, di questa visione del mondo di Evaristo Cian, lo trovo nei monconi di gelso che popolano più di un quadro. In uno di essi un tronco mozzato, grumo di colore scuro, è giustapposto ad un bocciolo di rosa, etereo, dal cromatismo delicato, in antitesi evidente. Ma altrove il segno è ancora più forte: groppi di legno nodoso, informi, occupano tutta la superficie del quadro. Dietro magari sta un rettangolo di cielo attaccato con il nastro blu, mentre appena sotto, al collo verrebbe da dire se non si rischiasse di umanizzare troppo un albero, un filo di ferro stringe la corteccia e la segna di una striscia rosso sangue. E’ la nostra cultura, il nostro locale, ma anche il mondo in generale che agli occhi del poeta è così, di una bellezza disarmante ma strangolata e senza scampo. Un dialogo dolente fra passato e presente, che si intrecciano nei modi più inaspettati: penso a certe immagini di Belvedere che hanno il sapore e la purezza di vecchie cartoline ingiallite, luoghi idillici della memoria, a certi paesaggi di pini e case, mentre accanto questa lampadina azzurra pende inutile. Nelle stesse persone, perfino, abita questa lacerazione: penso al giovane armato di occhiali da sole, uno di quelli che popolano i nostri bar di paese, ilare e moderno nel suo sfondo rosso e nelle sue bande colorate, ma che forse ha negli occhi lunghe file di gelsi antichi.

Questo certo il neorealismo che Santese ha evocato parlando di Evaristo Cian, questo il “realismo irreale” di cui parla Collovini: uno specchio lucido e impietoso di noi e delle nostre contraddizioni, un richiamo forte come sa e può essere quello di una pittura nobile e profondamente etica.

Paolo Venti

 

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