Zanier – Casolo

Leonardo Zanier
Il dolore e la grazia
con tavole di Marco Casolo

(introduzione di Paolo Venti)

Il dolore e la grazia
Il dolore e la grazia

La poetica del concreto

Vi sono incontri felici, imprevisti, perché col passare degli anni lo slancio di dire, l’eroismo di scrivere e provocare a volte lascia il campo alla saggezza pacata del dialogo, del confronto. Meglio se da lontano a volte, meglio se su fronti diversi. Il dolore fa la sua parte, quando le storie della vita incidono in parti segrete che avevamo dimenticato, presi forse dal dolore del mondo, dall’ingiustizia delle cose. Ma c’è una parte più intima che non si proclama, non si dice ma si confida. E richiede magari un conforto, un lenimento che può stare nella traduzione in altro, nella visualizzazione, nella condivisione. Un dolore confidato è più sopportabile, un dolore trasformato, dipinto, lo possiamo guardare, si ricolloca nel mondo proprio nel suo tradursi in qualcosa di visibile. Per qualche strano incrocio di vie il dialogo fra Leonardo Zanier e Marco Casolo credo proceda su queste linee e dà vita oggi a un lavoro di grande spessore e raffinatezza, di grande profondità umana.

Di Leonardo Zanier quasi tutti conosciamo la lunga serie di poesie e brevi racconti che dagli inizi degli anni ’60, dai tempi di Libers … di scugni lâ, hanno raccontato storie di emigrazione, togliendo con determinazione, a volte con rabbia, certi velami retorici sull’etica del lavoro, sull’italianità, la friulanità, per restituire la verità di lontananze, abbandoni, di affetti e di paesi, la fine di una cultura seguita con sguardo dolente, a volte parallelo e gemello a quelli di Pasolini. Una lunga serie di lavori che nell’asciutta e ruvida parlata friulana di Maranzanis hanno raccontato le fatiche della gente, l’emigrazione, la rottura dei legami, delle famiglie, il ritorno frustrante.

Più di recente il filo del discorso, attento a ogni mutazione, ha raggiunto la modernità rinnovandosi senza perdere la tensione etica che da sempre lo connota: i cramârs sono diventati i marochins, e il discorso si è solo allargato, dilatato, dalla Carnia al mondo.

Via via si fa strada uno sguardo sull’oggi, che rinnova i temi, costringe a lottare con una lingua antica, spesso restia alle novità: poesie a volte disincantate, a volte vicine alla satira (mi viene in mente Estât a Lignan, per dirne una). Una indagine appassionata che non si ferma nemmeno davanti ai grandi temi dell’identità, del confine, capaci davvero di travalicare l’urgenza del momento per farsi riflessione universale.

Ma nella poesia di Zanier accanto a questo fiume ampio di riflessioni sociali, a volte politiche per non dire sindacali, altri temi si affiancavano in ogni raccolta. Il tema del ricordo, intanto, così presente ne Il câli, nella splendida galleria di personaggi che apre il libro. Atom, plen di recuars, plen di memoria, così inizia una poesia della raccolta, ma voglio ricordare anche quello splendido testo che è Il cine da memoria contenuto in Licôf.

Altre volte è una poesia che si concentra su di sé, sul senso di questo andare per il mondo, di storia in storia, di vita in vita, davvero un po’ contrabandîrs (altra immagine cara a Zanier): testo esemplare in tal senso è Sboradura e sanc, dalla raccolta omonima. O l’amore per la natura, che ha un suo tempo, una sua logica così diversa da quella umana: nessun quadretto idilliaco ma immagini vere, intatte e spesso dolenti (il ricordo di un calicantus, per esempio), allegoriche (Tra-pianti), o il ciclo delle stagioni (Atom, Primavera),

Su tutto la concretezza di una scrittura che non è mai compiaciuta ma cerca nelle parole la solidità delle cose, dei fatti: perfino le filastrocche, le sequenze di nomi di paesi e oggetti sono una ricerca di suoni veri, spigolosi, concreti (Achtung! Koinè, per esempio), e la poesia non preoccupa di farsi via via aneddoto, registrazione diaristica, epigrafe, lettera, proclama, cioè scrittura per la vita.

Questa nuova raccolta per tanti versi contiene grandi novità sul piano poetico e dei contenuti: la ricca serie dei temi sembra essersi concentrata, lo sguardo si è ripiegato su sé stesso, la geografia che spaziava fra Marocco e Svizzera, fra Roma e la Carnia, diventa qui geografia dell’anima, una Carnia ripensata, ricostruita dentro di sé (e un po’ fuori, se pensiamo all’avventura dell’albergo diffuso che è partita proprio dall’autore ed è sintomatica in tal senso). La raccolta ha il suo centro in un evento (ancora il tempo, quindi implacabile e impietoso…). La morte di Flora è il nuovo perno delle cose (axis mundi di altre poesie…) e attorno ad esso si prendono le misure, si creano le nuove prospettive. Non è la fine, anzi è un evento che acquista una suo doloroso senso, naturale per certi versi come le cinciallegre che continuano a cinguettare. E’ arrivato il tempo di osservare la vita svolgersi una, due generazioni più avanti, i gridolini delle nipoti, l’avvicendarsi delle stagioni che continua. È arrivato il tempo di contare gli anni, snocciolando ricordi (La paulonia) nella consapevolezza che chi non c’è più resta nelle cose, nei ricordi (Natale 2012,Rivât in Cjargna). Il dolore diventa brace, brucia ancora, fa lacrimare gli occhi, ma trova un suo posto.

Sicché a metà raccolta può iniziare un nuovo dialogo, un nuovo parlarsi a distanza, raccontando le cose che nel frattempo succedono, le piccole cose (l’edera, il taglio dell’erba, le tendine nuove…). C’è una ricerca in questo parlarsi, straziante a tratti, in quelle domande dolenti Ma tu mi scoltitu? Ma tu sintitu? Joditu? lu savevitu? È qui che si concentra il testo, in questa ricerca ossessiva di un passaggio, di una comunicazione nuova proiettata verso una condizione di cui non sappiamo nulla (ma tu: tocjitu pochitu/ scjalditu soflitu?). La poesia, forse, ora è pensata anche come possibile codice di comunicazione (il fischio studiato per l’aldilà di cui parlava Montale) e acquista un ritmo più sommesso, pacato, meditativo.

Ritornano oggetti, animali già incontrati nella produzione di Zanier, anzi si crea una vera e propria grammatica della zoologia: ci sono le lucciole, las lusignas, che mandano i loro segno d’amore, messaggi forse in codice per un aldilà, le lucciole care a Pasolini, legate qui al mondo dei morti (ferai pa cena das sisilas); ci sono le cinciallegre, i parussats di Flora, uccelli-anima, verrebbe da pensare, più allegre e festaiole delle civette che nella tradizione friulana annunciavano la morte di qualcuno, e ci sono i pipistrelli, messaggeri benigni che appaiono nella stanza, visitano i sogni.

Anche questo un risvolto di quella caratteristica peculiare della poesia di Zanier cui accennavo, ovvero lo sforzo di non scollare mai le cose dalle parole, una fedeltà a una scrittura impegnata, etica, realista, come se ad ogni cosa corrispondesse una e una sola parola che non si può tradire. La poesia allora è piccone, pala, tornio (una “poetica del concreto”, verrebbe da dire, pensando che magari in inglese “concrete” è la malta!) perché mai si scosta dalla materia o dalla gente per compiacimenti autoreferenziali.

Su questa linea penso sia avvenuto l’incontro con Casolo, l’altro “maestro” di questo libretto. Nella vita le cose avranno percorso le linee della casualità, come spesso accade, e come è facile immaginare per due meravigliosi “selvatici” come Zanier e Casolo, ma il punto di contatto, quello profondo, sta proprio in questa concezione condivisa di un’arte fedele al mondo, fino all’estremo. Sembrerebbe difficile da sostenere per un pittore astratto come Marco Casolo, ma basta guardare una delle sue opere e si scopre che ogni volta si tratta di un lavoro scavato nelle cose. L’arte in certi casi si innesta addirittura sul finire delle cose come quella serie esemplare che è Converse. del 2007, realizzata a partire dalle lamiere contorte del focolare di una casa bruciata, quasi l’arte fosse una continuazione delle cose, un antidoto-amuleto che scongiura il loro finire  (un lavoro che fra l’altro ha visto una prima importante collaborazione con Zanier). Ma ogni opera di Casolo è di fatto “concreto/concrete“, fatta com’è di strati e strati degli impasti più diversi, stesi e poi “tagliati”, scavati di coltello perché la vita è questo, in fondo, un coprire strato dopo strato (si fa così anche con le case, no? generazione dopo generazione…), ma per riportare alla luce poco dopo, o anni dopo, rinnovando dolori che si pensavano perduti, o riportando a galla un colore vivo annegato nel tempo. Tracce di cose a volte ci colgono in questo lavorio infinito, una fila di tetti, un albero, ma ogni forma affonda nella materia, in questo magma che non ha pace. Anche per le opere di questo libro, anzi forse più che mai, vale questa legge, la stessa per l’arte e per la vita, la legge di un continuo mutamento: di molte opere non esiste più l’originale (quale? in che data?) perché il lavorio di scavo e aggiunta è continuato e solo una fotografia ha salvato uno stadio del lavoro. Esattamente come la vita, che puoi fotografare ma ecco, è già andata… concreta e inafferrabile insieme. È quella stessa sensazione di una vita dolorosamente e meravigliosamente in divenire nel suo sistema di opposizioni (nascita/morte, emigrazione/ritorno, libertà/obbligo) che ritroviamo in Zanier (basterà il rinvio alla poesia Cunfins, magistrale in questo senso).

“Uno scavo (individuale) che costa sofferenza, che espone ogni volta al piccolo o grande dolore di un riesame… e quello collettivo di tutti noi, accomunati in una condizione esistenziale che alterna banali evidenze quotidiane e squarci sul profondo…”. Così scriveva Fulvio dall’Agnese a proposito di Marco Casolo nel 2007. Sono parole che per tanti versi valgono anche per Zanier, a dire di un sentire comune, di una consonanza costruita sulla passione per il vivere, il fare, il sentire. È su questa base, su questa maturità conquistata a prezzo di dolore, che il dialogo fra i testi e le immagini raggiunge punte di efficacia straordinarie, pur nell’autonomia di invenzione dei due artisti. Il guizzo di colore illumina un verso o una parola fornisce il titolo a un quadro. Non è illustrazione, decorazione, è di più questa volta: è come se ognuno dei due artisti cercasse nell’accostamento all’altro un ancoraggio alle cose, la conferma che quelle cose lì di cui parlo esistono, vi vedono, e quelle forme astratte hanno un nome. Che sì, stiamo parlando e dipingendo cose vere, dolorose ma vere, e in questa verità ci riconosciamo.

Paolo Venti

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