La strada che non trovo

La strada che non trovo
di Paolo Venti

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La silloge che qui si presenta – La strada che non trovo – è opera composita, sedimentata nel tempo, strato su strato; poi più volte ripresa in mano e rielaborata, e riproposta ora in uno schema più fruibile, in cinque sezioni di varia estensione, secondo un ordine più tematico che cronologico. Di fatto si può credere che, fra quanto resta delle pagine più antiche (i “Versi miltari” della IV sezione) e l’ultima sezione, “Szimborskiana”, intercorrano vari decenni. Un’ “opera prima” dunque, almeno nell’ambito della poesia lirica (ché l’autore nel frattempo ha scritto parecchie cose in prosa e in verso, per non parlare della sua attività critica), che arriva però sulla soglia dei cinquant’anni: Tempo di bilanci, come suona autoironico un titolo a p. 57.

In questa prospettiva, a considerare a ritroso un materiale incandescente che investe in pieno tutta la sua giovinezza, l’autore stesso, se avverte qualche disagio per quanto riguarda gli aspetti stilistici – “ora non scriverei più così”, confessa – nello stesso tempo non può rinunciarvi: e sente di dover  “liberarsene”, per poter “scrivere altro e altrimenti”. Tutto assai credibile. Tanto più che qui si tratta di lirica scopertamente soggettiva, nel senso più originario del genere, come l’aveva già intesa Petrarca: in cui si riversa tutta la vita emotiva dell’uomo Paolo Venti, con assoluta immediatezza, sia pure in toni volutamente dimessi e antiretorici.

Cosa rara e insolita oggi, ammettiamolo, e anche coraggiosa: benché ormai si possa sperare di esserci lasciati alle spalle il peggio delle astruserie lessicali e formali, paleo-postermetiche o tardo-avveniristche, e i giochi concettuali buoni solo a coprire il vuoto di sostanza umana. Qui, vivaddio, c’è, di nuovo, una qualche sintassi a dare senso e logica al discorso, parole normalmente intelligibili, versi che suonano e cantano secondo misure già riconosciute, endecasillabi trattati come tali, in compagnia gradevole dei fratelli minori, settenari o quinari che siano. Il lettore, non più obbligato a strizzarsi il cervello ad ogni riga, qui può tirare un respiro di sollievo: il piglio del poeta risulta diretto, colloquiale, discorsivo quanto la materia vuole, e accattivante sia per l’immediatezza del porgere, che viene dalla cordialità dell’indole, sia per una insolita eleganza di forme che discende da finezza di cultura. Per certi aspetti, si direbbe, un’ingenuità studiata, un’istintività controllata dalla sapienza dell’orecchio e del cuore, dove insomma, anche quando si persegua la sprezzatura di un linguaggio scorrevole, si ritrova comunque l’esperienza filtrata dai  classici.

Certo poi, questo giocare a carte scoperte, l’espansività delle cadenze e la facilità della tornitura, se hanno i loro pregi, comportano anche qualche rischio. Intanto la tentazione stessa, in fondo autorizzata, di sovrapporre di continuo la figura dell’uomo a quella del poeta. Qualche volta forse noi avremmo preferito una sobrietà più allusiva, qualche soluzione più sfumata rispetto a una descrittività troppo esplicita. È vero peraltro che, con la duttilità prensile dei suoi versi, Paolo riesce a penetrare nei più complessi nodi psicologici dell’individuo (si veda in particolare nelle due prime sezioni, “Attraversando questa vita” e “Paesaggi e stagioni”) come nell’accidentato groviglio dei rapporti interpersonali. In questo senso riesce, specie nella terza parte che al tema amoroso è tutta dedicata, a calarsi con rara sottigliezza in quel misterioso universo che è la vita di coppia e l’incontro dei generi, a volta a volta esaltante, tormentoso o drammatico; ripercorrendone le infinite sfumature, tra desideri e aspettative, esaltazioni e sgomenti, illusioni e disillusioni.

In realtà un ampio ventaglio di componimenti che condensano in versi la ricca esperienza conquistata sul campo – tra gioie e dolori – dal nostro amico. E del resto per chi poco o molto conosca la persona, cordiale, aperta, disponibile, per non dire della presenza gradevole e la fama di sportivo – leggendarie le sue solitarie sgroppate in bicicletta a spasso per il mondo –, non è difficile immaginare quanto possa essere stata variegata e assorbente la sua vita sentimentale. E quanto ogni gioia, per uno così, possa essere stata pagata a caro prezzo. Perché poi è la sua stessa indole, naturalmente generosa, il suo versatile ulissismo, a spingerlo a tentare più di una via: tutte le vie, tutte le avventure, i viaggi e le fughe – con la probabilità, alla fine, di smarrirsi e rimanere confusi. Anche perciò La strada che non trovo ci sembra titolo davvero azzeccato e felicissimo a dire questa irrequietudine di fondo che nel libro si rispecchia in un diagramma assai variato di sfumature.

In viaggio per mare, costeggiando Corfù, il nostro poeta si rammarica: La nave non fa scalo…costeggia, punta al largo… ad ogni terra intatta in lontananza / mi pesa più il ritorno (in Corfù, 68). Un luogo non visitato, un’esperienza non vissuta è, per il viaggiatore della vita, un’assenza in più. Eppure un’altra volta, in una situazione analoga,  guardando dal parapetto / dove si frange il flutto, si dice invece: Lascia che tu rimorda dentro il senso / di un paradiso perso… piuttosto che sbarcando inadeguato / ti scopra, / straniero all’illusione. Il “segreto” (questo il titolo della pagina 69) non sarà forse godersi l’illusione, in tutte le sue potenzialità, piuttosto che scendere a patti con una scelta reale che potrà poi lasciarti deluso?

La prima sezione, “Attraversando questa vita”, è tutta un implacabile analizzarsi: Non so di meglio che vedermi vivere (in Guardarsi, p. 50): i salti d’umore, il senso del vuoto (Tu non lo senti un vuoto / questo niente / dentro, in fondo, in Il vuoto, p. 34); il buio, l’assenza, la noia dei gesti ripetuti: Tutto è già prevedibile / nello spiegarsi uguale delle cose (in Consueto, p. 12; Si spalma la mia vita / su questi rettilinei (in Coincidenze, p. 14): insomma la vertigine del Dasein, e quindi la ricerca di un’identità e il rapporto con gli altri. E intanto la solitudine, che può essere a volta a volta un peso o un rifugio. Alcune poesie legate all’esperienza “ferroviaria” ritornano su questo doppio risvolto: C’è una dolcezza in questo stare soli / nel niente di un vagone…Tu fermo, resti lì con te, seduto. / C’è il mondo, ci sei tu. (Sul treno, p. 15)…silenzi / fra noi, ignoti a noi, lì, trasportati…Era un andare senza essere attesi / come sospesi (In treno p. 19). Forse un abbandonarsi al caso, il sentirsi per un tratto liberi da ogni responsabilità. Fuori, una volta, – treno in partenza dal binario quindici – erompe improvviso, drammatico un grido di donna: Gérard, e uno scalpiccio di piedi sull’asfalto…Che cosa sarà successo. Lui, il nostro viaggiatore, tutto un altro binario, non può farci nulla: … non è mio, stavolta, è il pensiero, egoistico quanto rassicurante: e resto qui nel mio vagone scuro (Piccolo dramma, p. 16). Ma la riflessione, allarmata, soppesa la fragilità nostra, in bilico tra i due estremi: c’è fra la libertà piena di andare / e la disperazione cieca / a volte solo un niente (ancora p. 19, In treno).

Noi, gli altri. Ma cos’è la nostra identità? Che sia il peccato d’origine, un castigo? Ma per un tratto almeno essere fuori /…scrollarsi via da questa / identità che è un po’ maledizione (Un po’ meno di noi, p. 22). Più scherzosamente dichiara una volta: Ci vorrebbe l’umiltà della statistica, / capire che anche noi / si è solamente un caso in un sondaggio…(I primi, p. 21). Perché anche in compagnia, a volte, ci scopriamo come automi, a recitare una parte nel mondo: Si è qui, si fa qualcosa / Si intessono parole fra di noi / come per confermare questo nostro / esserci qui, presenti…pur sapendo che questa essenza è una assenza (Attesa, p. 36). Persino a letto con una donna accanto, l’assillo può rimanere lo stesso: qual è la via, la scelta, il giusto incrocio… Altri sanno il segreto per andare / senza tormento alcuno dentro il sole / spegnendo la fatica dei pensieri. / Tu no, non io…(Veglie notturne, p. 33).

Ma le citazioni, si sa, sono sempre brandelli. La poesia sta nelle pagine intere, nella voce dispiegata. Più o meno intensa, più o meno incisiva, come sempre succede, non tutto può essere alla stessa altezza. Il lettore saprà scegliere. Noi, per conto nostro possiamo segnalare, già in questa prima parte, qualche testo più felice. Per esempio, la perfetta tenuta di Sulla strada, p. 47, una scenetta molto viva, tutta moderna, abilmente costruita intorno a una coppietta in macchina, lui alla guida (scalo le marce, / cerco la coppia massima dei giri), lei sta al gioco (rispondi, mi sorridi, chiacchieriamo). Ma è chiaro che l’incontro non c’è, è solo finzione. In fondo alla pagina, isolato da uno spazio, il piccolo distico tutto in chiave allusiva: Una farfalla dentro l’abitacolo / sui vetri batte le ali per fuggire. Un vero gioiello.

Suggestivo il Tempo di bilanci (p. 57), con la presenza muta del figlio già grande cui si vorrebbe fare un discorso, una confessione, che in realtà si attorciglia su se stessa richiudendosi sulla stessa parola: Ma la pena più grande, figlio mio, / è non saperti dire a conti fatti / se questa vita poi vale la pena…Più elaborato, quasi una prova di virtuosismo, il lungo polimetro che conclude la sezione: una serie complessa di variazioni sul tema Tracce (pp. 58-65), tutto ciò, poco o molto, che di noi si vorrebbe rimanesse: un segno appena ecco, vorrei che rimanesse / del pianto del dolore del sudore / a futura memoria / di me che sconosciuto sono stato / al mondo, a me/ eppure sono stato…

Della seconda sezione, “Paesaggi e stagioni”, ci affascina soprattutto il Ciclo dell’estate, una piccola serie di testi che insistono con grande efficacia sul tema estivo: la calura che ci lascia come sospesi nel mondo immobile, corpi esposti al sole e al vento, in riva al mare, in una sensazione, non sgradevole ma anzi liberatoria, di totale abbandono, come in un nirvana in cui cessi il rovello del nostro pensiero, il peso, ancora, della responsabilità. Qui gli endecasillabi si distendono, più che mai pieni e canori, a fermare l’incanto: Non refolo di vento ma un frinire / fitto infinito giù dai pini dice / di questa estate l’immobilità (in Distesi, p. 84).

Ma già abbiamo avuto occasione di segnalare il rilievo che ha, nel complesso della raccolta, la terza sezione, “Cose d’amore”, che davvero s’impone come il centro focale di tutto il discorso, per originalità di movenze e incisività di risultati. Qui ritroviamo tutti insieme i dubbi, le perplessità, le contraddizioni proprie di questo “viaggio sentimentale” che è  il libro di Venti: un vero “diario in pubblico” delle sue inquietudini e delle sue peripezie interiori. Il tema amoroso, per sua natura, si attaglia perfettamente alle sottigliezze psicologiche e alle cangianti sensazioni che il verso del nostro autore sa magistralmente evocare: e vi si sentono insieme il coinvolgimento di chi è stato protagonista e la capacità, a volte autoironica, di registrare con caparbia precisione vittorie e sconfitte nel tumultuoso rimescolarsi dei “moti del cor”. L’autore stesso chiarisce, in una curiosa ma sapiente noticina, che, nell’impossibilità di seguire un criterio preciso nella rassegna dei suoi “innamoramenti e abbandoni”, ha optato per una sorta di “casualità”: “perché tutto nel cuore si mescola e forse è una storia unica, che non ha nemmeno un ordine troppo sensato di eventi”. Come dargli torto? Il lettore è libero dunque di smarrirsi dentro le storie raccontate e individuare le protagoniste delle varie vicende: a volte divertenti e leggere, tali vicende, a volte appassionate e brucianti, intricate, patetiche, deludenti. Sempre la commozione degli inizi, le attese snervanti, l’eccitazione degli incontri, gli equivoci, le incomprensioni, i congedi. Malinconici questi, come sempre, e a volte struggenti. Che cosa scegliere? Dove puntare l’attenzione?

Tra le pagine più riuscite, noi ricorderemmo in particolare Un tempo lento (p. 106), per l’originalità della situazione e dell’approccio: il magico equilibrio del bocciolo, / così per noi vorrei un tempo lento / magicamente lento e senza tempo: un amore cauto, dunque, prudente, per timore che poi sfugga via troppo presto. Oppure un amore nervoso e concitato, Come una danza, (p. 107):…come un amplesso in negativo / che cerca la distanza, / non contatti. / Pensiamolo una danza…Oppure ancora le immaginose metafore “newtoniane” di Lezioni di astronomia, p 112: Avremmo … dovuto ruotare fra di noi / in orbite più uguali… opposti sì, ma in giusta lontananza…O infine, tra le più intimamente nostalgiche, Dopo la fine (p. 117): Oggi hai il cappotto, quello nero, / quello che ti sta bene, che ti slancia…E via così, evocando tutte le stagioni, dall’inverno all’estate, che avrà perdute insieme con l’amata. Ma davvero c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Due parole soltanto sull’ultima sezione “Szimborskiana”, che alla poetessa polacca si richiama solo per una caratteristica: la capacità di partire da situazioni comuni della vita ordinaria per cavarne conclusioni paradossali, o riflessioni profonde dall’apparenza facile e quasi scontata. Ma qui, nelle pagine di Venti, queste “poesie maldestre”, come le definisce l’autore in una nota – in realtà solo amaramente giocose e più spigliate nelle forme –, suonano quasi un controcanto in grottesco nel quale smaltire il pathos delle tante “pene d’amor perdute”. Ecco allora per esempio il rimprovero a Madre Natura, per aver guastato, in un eccesso di zelo, quello che prima aveva fatto così semplice e funzionale. L’incontro tra i sessi, mettiamo, finché rivolto solo alla propagazione della specie, andava benissimo: che bisogno c’era di appiccicare all’amore anche questo strascico inutile… pomposamente detto sentimento? (in Natura, p. 147). Peggio ancora: perché non infilarci, a noi creature, lepri, volpi, lupi, topi e rane, in tanti corridoi paralleli, ognuno col suo destino? Perché mescolarci tutti insieme, senza colpa né vantaggio, sicché ora sono morsi e fame e odio e rabbia? E il colmo, qual è? Perfino uomo e donna han mescolato / a farsi male, per sbaglio o per amore. (in Mescolanze, p.150).

Insomma una vena nuova, da apologista sarcastico e disinvolto affabulatore. Che domani ci si debba aspettare un Venti poeta comico?    

                                                                                 

 

 

 

 

Roberto Pagan

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