DISEGNIx2 – Mary Cinque/Renata Gallio

DISEGNIX2
05 marzo – 30 aprile 2016

Sala espositiva della Biblioteca Civica di Pordenone
(inaugurazione sabato 5 marzo ore 18.00 ingresso libero)

Disegnix2
Disegnix2

vedi anche il sito di Mary Cinque e l’intervista a Renata Gallio

La realtà delle fiabe e la fugacità del reale

Due artiste così diverse e lontane per residenza, interessi, lavori, personalità, tecniche. Pubblico, soprattutto, visto che Renata si rivolge ai bambini, Mary a sofisticati visitatori adulti. Non si può non partire da questa differenza, che l’allestimento ha volutamente utilizzato in modo provocatorio, per entrare nella logica di questa mostra. Leggi tutto “DISEGNIx2 – Mary Cinque/Renata Gallio”

Incontro ad Arte

Incontro ad arte
8 artisti nel segno della pittura

08 dicembre 2015 – 24 gennaio 2016

L’ Assessorato alla cultura di Pordenone e L’Associazione Media Naonis
presentano la mostra

Incontro ad arte
8 artisti nel segno del colore

con
Barborini Belluz Calabrò Del Giudice
Dugo Magnolato Massagrande Simione

Inaugurazione
martedì 8 dicembre 2015 ore 11.00
Ex Convento S. Francesco
Piazza della Motta – Pordenone
Intervento critico di Giancarlo Pauletto
apertura mostra
08 dicembre 2015_24 gennaio 2016
dal mart. al ven. 16.00 – 19.00
sab.e dom. 10.00-12.30 e 16.00-19.30
esclusi Natale, 31 dicembre e 1 gennaio. ingresso libero

Castaldi Fontanella Simione 2013

cartolina-invito-10x20Assessorato alla Cultura ed Associazione Media Naonis

presentano INCONTRO

mostra d’arte di
CASTALDI  FONTANELLA SIMIONE

Inaugurazione domenica 20 ottobre 2013 ore 11.00
Centro Arti Visive “La Castella” (Piazza Duomo)

Motta di Livenza-TV

Intervengono Alessandra Santin e Paolo Venti

Apertura mostra dal 20 ottobre al 17 novembre 2013

ven. sab. dom. ore 16.00 – 19.00 

sab. dom. 10.00 – 12.00
ingresso libero

Percezioni instabili

Mostra d’arte
PERCEZIONI INSTABILI

SONY DSC
SONY DSC

Presso i locali della Provincia di Pordenone

10 marzo-7 aprile 2014

 (schede del catalogo)

   sezione I

Opache trasparenze

Il contrasto fra trasparenze e opacità è, in fondo, il contrasto fra esserci e non esserci delle cose, diventa di per sè un discorso metafisico anche se parte da un dato eminentemente percettivo. Oggi più complesso che mai perché non è detto che le cose trasparenti, al limite invisibili, siano meno reali delle cose “dense”, dei corpi che fermano la luce. Il buco nero è il segno dell’opacità assoluta, da cui la luce letteralmente non esce, ma certi social network ci hanno abituato a una trasparenza sempre più spinta delle nostre vite.

Sentirsi trasparenti, invisibili, al limite svanire, o al contrario il bisogno forte di fermare lo sguardo sono al centro del dramma della modernità che ha fatto della visibilità un sinonimo di presenza, successo, esistenza. In un fraintendimento che l’arte non manca di cogliere come stimolo, qui nell’opera di tre artisti diversissimi come Verziagi Cavallaro e Marian.

Nel primo certi corpi opachi, tozzi, si pongono davvero come sacche di opacità, contenitori in cui sta un segreto che la luce non riesce a violare. Contenitori atti a nascondere, a negare ogni trasparenza, oppure, in altre opere esposte, lo sforzo di trapassare, di rendere trasparenti superfici che invece restituiscono macchie, colature, al limite fori ma non si lasciano violare dall’occhio, a celare un al di là da cui restiamo irrimediabilmente esclusi.

Le opere di Claudia Cavallaro sono invece dei vetrini giganteschi, servono a garantire proprio la trasparenza, la visibilità di questi corpuscoli che nell’intenzione dell’artista sono prototipi di vita. Qui è la vita che si nasconde, che si negherebbe in un brodo primodiale, o in una confusione mentale, se l’artista (o il biologo, magari) non avesse la capacità di creare vuoto intorno, garantire un passaggio alla vista, svelando, illuminando mondi segreti.

Giuliano Marian affronta invece il complesso tema dei colori nello spazio, del loro svanire o del loro perpetuarsi, a seconda della permanenza, della messa a fuoco. La pittura è l’operazione primaria che crea opacità, che occupa spazi contendendoli al libero fluire della luce. Ma è nel contempo un fragile paravento, una pellicola che la velocità può cancellare, o il tempo, Magari l’incombere terribile del buio o quello altrettanto demolitore della luce piena, in cui le nostre fragili costruzioni vengono risucchiate o vanificate.

sezione II

Ogni cosa buia è illuminata

 Il rapporto fra luce e del buio, bianco e nero è la percezione primaria, la cifra di una dualità che da sempre attiene a religioni, filosofie, perfino morali. Percezione elegantissima proprio in quanto essenziale, estrema, diventa a volte segno di un taglio netto pericoloso (“vedere tutto in bianco e nero”). Eppure a guardare bene, magari con gli occhi di artisti come Carrer e Marchi, si scopre che la distanza è apparente, che come nella saggezza del Tao ogni bianco contiene ogni nero e viceversa, in ogni luce c’è il ricordo del buio e in ogni oscurità si nasconde un raggio.

Edi Carrer esplora le superfici nere, oggetti disparati, elegantissimi, in bilico fra design e oggetto etnico, fra astrazione e materialità. Sistematicamente essi vengono collocati su sfondi bianchi, in modo che la luce giochi libera, accarezzi e renda luminose delle superfici, anneghi e scompaia nelle pieghe, aggiunga magari altro nero con le larghe chiazze d’ombra, in un gioco che risale alle origini del mondo, alla semplicità essenziale del dualismo metafisico.

Valeria Marchi opera forse in modo complementare, con le sue superfici candide. Qui è la terza dimensione che sovrapponendo piani crea ombre, vuoti nei quali la luce si nasconde, l’energia si sottrae. Il bianco è libertà, vita, e non sarà un caso che il candore venga meno proprio in quelle bande verticali fittamente legate, strettamente avvinte da spaghi, nodi nelle cui pieghe finisce per addensarsi l’ombra. La dialettica qui è esplicita, sulle tele si gioca una sorta di tragedia in cui l’individualità (la banda rispetto allo sfondo) si costruisce proprio per negazione, per sottrazione rispetto alla luminosità dell’indistinto.

 

sezione III

L’insostenibile leggerezza delle cose pesanti

Pesantezza e leggerezza sono attributi delle cose, degli oggetti che noi valutiamo di primo acchito, appena soppesando, con le mani, con gli occhi. Anche questa volta la percezione scivola senza che ce ne accorgiamo da un piano “oggettivo” o apparentemente tale a uno etico. La leggerezza è futilità e la pesantezza è serietà, o magari la leggerezza è libertà laddove il peso attiene all’austerità severa. La materia è pesante, il pensiero è leggero… I sensi, o quella prima valutazione che sta appena dopo i sensi, interpretano il reale, gli fanno dire altro caricandolo di significati umanissimi, a volte fino a stravolgerlo o capovolgerlo. Ma è questa la cifra del nostro rapporto con il mondo, un braccio di ferro mai concluso fra quello che le cose sono e quello che noi facciamo dire alle cose, magari chiamandolo a parlare di noi, del nostro modo di stare in questo mondo.

Proviamo per un attimo a lasciar fluire liberamente i sensi e scopriamo il peso e la forza delle tele di Brugnerotto, dove il metallo è solo abbozzato in forma grafica, profilati arrugginiti che occupano tutta la superficie della tela imponendo allo spazio una rigidità, un peso imponenti e prepotenti. Si coglierà quello sfumare inquietante della percezione che vede ferro, masse, pesi, là dove in fondo non vi è che tela e colore. Suprema illusione che riproduce la continua illusione che percorre i nostri giorni, in bilico fra una sensazione di vuoto, vanitas vanitatum e l’incombere di un destino concreto, reale, pesante.

O si veda la levità delle creazioni di Paola Paronetto che dà leggerezza alla terra con cui lavora. “Dar leggerezza alla terra”, mi autocito per sottolineare questo compito, molto femminile da sempre, di rendere sopportabile l’esistere, un po’ il processo speculare rispetto a quel “sit tibi terra levis” con cui gli antichi auguravano levità alla morte stessa. Le bottiglie, realizzate con una tecnica particolarissima che ormai è la cifra di questa artista, diventano questa volta addirittura una città, leggera due volte, nella sua riduzione disincantata, e quindi leggera, e nella tecnica utilizzata, nel cromatismo che ulteriormente toglie ogni peso.

sezione IV

 

La velocità dell’istante immobile

La velocità è la cifra di questo nostro mondo, e movimento stasi sono un’altra di quelle coppie di categorie in cui con i sensi pensiamo di percepire il mondo. La vita scorre veloce, l’attimo sta… anche il tempo e non solo le cose lo percepiamo solo entro questa cornice. Immobile e Dinamico sono rispettivamente l’anima della fotografia che mira proprio a cogliere l’istante, a trafiggerlo immortalandolo sulla carta, e il video che si basa sul divenire delle cose. Ma anche qui non vi è stare che non sia attesa o riposo, cioè che abbia in sé i germi del divenire, e non vi è divenire che non debba fermarsi, non fosse altro per pensarsi, per potersi pensare. A queste riflessioni ci guidano due artisti così diversi, in qualche modo così complementari come Pamela Breda e Gianmarco Roccagli che fin dalle tecniche proposte, la fotografia e il video, ci parlano di istanti e azioni, dello stare e del divenire.

Pamela Breda in alcune serie di scatti si concentra proprio sulla possibilità che la fotografia ha di parlarci dell’istante. Il paesaggio, certi giardini chiusi, certi boschi immobili nel tempo, sono abitati da una presenza, una figura femminile che è colta in una immobilità innaturale, fuori dal tempo, sospesa magari nel ricordo o proiettata altrove, certo non qui, non ora. A dire che l’istante è altrove, è già metafisica, che l’hic et nunc, la condizione stessa del percepire, non è poi così certa, almeno non scontato. Lo stesso varrà per le foto colte di sorpresa, delle istantanee (appunto) in cui lo scuotersi dei corpi e dei capelli, l’effetto di movimento e la mancanza di ogni “posa” (posa, pausa, appunto) ci parlano di istanti ormai andati, scomparsi nell’atto stesso di presentarsi.

I video di Roccagli a loro volta sono una riflessione sul movimento ma, provenendo dalla pittura, giocati come sono sull’alternarsi e il sovrapporsi di moduli cromatici ripetitivi e geometrici, che sono poi la cifra riconoscibile dei lavori dell’artista, finiscono per mandare in cortocircuito il movimento stesso dei fotogrammi. Che movimento vi può essere, o vi è vero movimento, nel riproporsi cadenzato e illimitato di schemi immobili? Il divenire delle cose, del mondo, è vero divenire o la suprema illusione dei sensi non fa altro che dipanare una storia dando senso a un algoritmo geometrico, a un caleidoscopio che va in loop? Vi è un divenire dalla somma di infiniti istanti percettivi?

 

sezione V

La pienezza dei vuoti

La superficie, la pelle, il visibile oppure il contenuto, la polpa, la materia, che pure si sente, magari dal peso, dalla consistenza? Altra interessante e modernissima dialettica. Parliamo di “andare in profondità”, “sfiorare la superficie delle cose”, di “sostanza del problema”, cioè continuamente oscilliamo fra dentro e fuori, fra una vista “extra” e una vista “intra”, come se nel mutare delle prospettive una di esse dovesse essere risolutoria. La dialettica vuoto pieno è forse quella che rappresenta più drammaticamente la nostra età travagliata, perché la frattura che ha percorso la nostra storia oggi si allarga, si approfondisce fino a diventare insostenibile. Essere e apparire è la grande sfida della modernità, che ci aiuta a volte a essere visibili ovunque, comunque, ma lascia a noi, dopo l’illusione, il compito di dare sostanza alla maschera o al guanto vuoto.

I corpi mantengono una loro parvenza anche ridotti a larve, a pellicole, come ci insegna Gianni Pasotti, ma la visione è inquietante, ci richiama al bisogno primario di “sentirci corpo” per essere, di potere ad ogni istante misurare e percepire la nostra presenza reale in mezzo alle cose. Scomparire, ritrovarci forma vuota è l’incubo peggiore, ma tanta della storia recente, tanti drammi della modernità e della quotidianità, nascono proprio da qui, dalla confusione fra la percezione e la sostanza, fra la pellicola e il riempimento.

Eppure dentro, nel cuore della materia, ci possono essere infinite superfici, pelli interiori, come ci mostra Patrizia Baldan. Nelle sue sfere, ellissodi di vetro pieno, compatto, si realizza il riempimento assoluto dello spazio, se è vero che proprio la sfera dai matematici è definita come “massimo volume con la minima superficie”. Ma la dialettica anche questa volta è più complessa, ci suggerisce riflessioni nuove perché pienezza non vuol dire uniformità, compattezza: dentro le sfere di Patrizia, con una tecnica di grande raffinatezza, ci sono mondi, superfici, a dire ancora una volta che la pienezza è sempre e comunque complessità.

 

Intervento critico di Paolo Venti