Stefano Jus

Stefano Jus
11-25 febbraio 2012

Stefano Jus
Stefano Jus

IL FIENILE MAGICO DI STEFANO JUS

Far visita alla casa e al laboratorio di Stefano Ius sono già di per sé un’esperienza che resta nel ricordo. Ti resta intanto la voglia di comunicare, pacata e torrentizia al tempo stesso, la voglia di raccontarsi il senso delle cose che fa, dei suoi quadri inseguendo occasioni, incroci fra biografia e arte, spunti. Lo ascolto trascinato e intanto sfoglio tre album che rappresentano la stagione più recente del suo percorso. Me li mette sotto gli occhi senza darci troppo peso: album grandi, splendida rilegatura, grande cura formale, stampa di decine di disegni scansionati e affiancati a costituire una storia. Un fumetto, come confermano i fumetti, appunto. Una Biancaneve metropolitana, una favola russa, un racconto autobiografico. Parla e intanto sfoglio: trovo che sono ben più che fumetti, sono quadri in più puntate, storie che l’autore ha abbracciato, pensato, vissuto perfino prima di sfornare decine e decine di schizzi, tavole.

Poi ti resta l’immagine incredibile del suo laboratorio, un fienile riadattato a contenitore di una fantasia e di una creatività che letteralmente deborda: saranno due trecento metri quadri di idee, progetti, prototipi, tavoli ingombri di tavole, modelli, quadri, stampe. Una stanza delle meraviglie quale non ti aspetteresti proprio di trovare in quel di Castions, tre piani di idee convertite in legno e carta.

Lo vedi nelle cose, l’eclettismo di Stefano Ius, nella sua storia che è passata attraverso la progettazione esecuzione di giocattoli in legno, macchinari improbabili e suggestivi capaci di animare la materia, o attraverso la progettazione edilizia o la stampa, la pittura, il mosaico, la grafica. Una ricerca inesausta di accostamenti, di soluzioni che lo porta a disegnare, ovunque e comunque, sfornando disegni su disegni, bozzetti, collages, oppure ad accostare rami contorti cercando giochi di ombre, a creare meccanismi, strumenti musicali compositi. La tecnica diventa sfida, sperimentazione (litografie con matrici di cartone, per esempio), talora fra tecnica e prodotto artistico, fra idea e materiale si instaurano legami più forti, biunivoci, inediti.

Stefano Ius continua a parlare il suo fiume di parole e io lo ascolto e guardo le sue cose, cerco parole sue che descrivano quello che vedo. Mi stupisce il ricorrere di tre termini, coi quali mi pare si possa tentare una triangolazione del suo lavoro, nei quali riconosco lo spettacolo che ho davanti: riconoscibilità, riproducibilità, storia. Un dato di coscienza, verrebbe da dire, uno tecnico, uno artistico. Stefano Ius nella sua incredibile produttività, legata ora al mondo della scuola ora alla committenza, sempre al piacere personale e alla curiosità cerca di riconoscersi nelle cose che fa. Lui stesso credo, guarda stupito la mole di cose che gli crescono intorno, disegni, oggetti, sculture e si chiede, ti chiede, quale sia la chiave per capire. Al di là dell’entusiasmo giovanile che porta a fare di tutto e che nemmeno con gli anni viene meno, la forza nuova dei suoi lavori è il bisogno di trovare un senso al fare. Questa domanda si declina come vedremo anche in un bisogno di specchiarsi, di capire come si è visti, cosa ci distingue e cosa di accomuna con il lettore, il visitatore, l’ammiratore.

La riproducibilità è un fatto tecnico, dopo il saggio di *** è una delle caratteristiche riconosciute del fare arte nel mondo moderno. Su questo tema Stefano Jus lavora molto, ma soprattutto si interroga. Da un lato la sua professione lo ha avvicinato al mondo del mosaico in cui l’unicità del manufatto è più marcata, dall’altro il richiamo forte è verso l’uso di matrici, tecniche nuove distampa che consentano la duplicazione, la ricerca di variazioni di effetti tramite maschere, sovrapposizioni, passaggi successivi al torchio o con stampi ei varia natura. Anche qui la ricerca nasce dal bisogno di collocarsi, in bilico fra un fare artistico che si pone di solito come gesto unico e le possibilità offerte dal mondo del design, del fumetto, della stampa. I “fumetti che ho davanti sono splendide copie uniche ma meriterebbero tirature numerate di qualche centinaio di copie. La serialità, la riproducibilità non è cercata evidentemente con l’ottica del mercato ma per le sue possibilità. Magari per la magica dialettica che si instaura fra matrice e calco, fra prodotto di partenza e prodotto di arrivo, come se dell’opera d’arte fosse fondamentale conservare anche i passaggi intermedi (nella mostra di Cordenons sono esposti esempi interessanti in tal senso). Si colllca qui anche la serie di libri, spesso rilegati in legno, un’altra delle costanti “materiche” del lavoro di Jus (e del resto codex deriva proprio dal legno delle prime copertine, un paio di millenni fa). Il libro, cioè il prodotto più serializzabile diventa qui copia unica e pagina dopo pagina dipana una storia, ti inoltra in un bosco narrativo, per citare un libro di Eco di qualche anno fa: pagina dopo pagina le immagini si semplificano, perdono dettagli, in una storia di essenzializzazione progressiva, o magari si accavallano, si richiamano, si citano. Serialità ricondotta a unicità e viceversa, interrogarsi suggestivo sul senso del fare, soprattutto del fare nel tempo. Operazione artistica dunque come serie di passaggi, storia. E siamo al terzo nodo che ci pare di cogliere dalle parole e dalle opere di Stefano Jus, la storia appunto. Al di là di soggetti ce per loro vocazione si pongono come “storici”, per esempio dei cicli di affreschi e mosaici che hanno la storia come motore di fondo, il racconto e la narrazione sono parte di ogni opera di Stefano Jus, ci pare. Lo documenta intanto il suo interesse e la sua collaborazione nella realizzazione di spettacoli teatrali, quasi la pittura e la scultura chiedessero di essere collocate in un “agito”, di partecipare di un racconto.

Così nella splendida serie di dipinti e sculture, eterogenei quanto a tecnica e forse anche a ispirazione, che Stefano Jus aggrega nella sequenza del Cantico dei cantici, quasi l’esito di un opera trovasse la sua conclusione vera inserendosi in un racconto, magari racconto di se stesso o del suo farsi come suggerisce bene il poliptoto del titolo biblico. Il quadro non è sufficiente, diventa trittico, narrazione continua, sequenza.

 

A volte questa natura “narrativa dell’opera d’arte si esprime nel carattere del dinamismo che caratterizza molte opere, da installazioni con meravigliosi e fiabeschi uccelli di legno che sembrano volare da un istante all’altro a bizzarri meccanismi in legno che hanno in le la capacità di animarsi, trasformarsi (certe realizzazione di design in legno di Jus si basano sulla stessa proprietà). A volte è la carta stessa, senza altri segni, eletta a protagonista di questo “accadere”, carta appallottolata, stappata, sagomata e usata come personaggio di una storia senza parole. Fiaba di niente, nemmeno dipinta, nemmeno corredata di parola, favola di favola.
Altre volte la storia è aggregazione, affollamento di oggetti: in certi quadri fatti di oggetti accostati come fossero tessere, magari mescolati davvero a tessere si sperimentano “storie sincroniche” in cui ciascuno di essi rappresenta un segmento, esiste perché è un segmento di narrazione accanto ad altri, divenire e metamorfosi condensati in un istante.

 

E non è un caso che proprio il fumetto d’arte (non ho definizione migliore per questi oggetti meravigliosi che ancora sto sfogliando sul suo tavolo di legno massiccio) sia l’ultimo approdo della sia ricerca, lo spazio in cui dipingere e narrare si identificano.

Penso a queste tre parole mentre scorro alcune tavole che Stefano Jus mi sciorina su un tavolo del laboratorio. Appartengono alla serie dei condomini, ricca, accarezzata dall’artista in una serie notevole di variazioni. Riquadri finestra in cui si muove un’umanità tormentata, a volte banale nei gesti, monotona, altre volte presa nelle sue piccole tragedie e nelle sue passioni. La finestra è il modulo da replicare, ma ha in sé la variazione, ma la finestra è anche storia, microstorie magari che però finiscono per saldarsi in una storia unica composta di segmenti, sicchè dalle finestre aperte il personaggio è uno solo, replicato mille volte, magari noi che ci stiamo guardando mentre viviamo. E quindi la finestra e il condominio fa anche il gioco del riconoscimento, perché questa folla incredibile è anonima, ha bisogno di vedersi rispecchiata. Le finestre sono schermi, video, e la televisione è il grande aggregatore, lo specchio in cui ciascuno si vede vivere, il gioco che abbiamo creato e che finisce per darci senso, in quel paradossale cortocircuito fra guardare ed essere guardati che è per l’artista un gioco di specchi sempre stimolante inquietante.

La triade concettuale che mi ha guidato si arricchisce via via di stimoli nuovi, ma uno in particolare sembra aprire prospettive nuove alla sensibilità di Stefano Jus, ovvero la visione a tatti acre a tratti piena di compassione sulla modernità, su questo nostro mondo che si mostra capace del meglio e del peggio. Me lo racconta l’intimità delle famiglie violata dalla massificazione, dall’invadenza della televisione, ma me lo racconta anche la storia di Biancaneve tradotta magistralmente in una storia di oggi, ambientata nelle periferie degradate di una metropoli. Le storie che attraversavano la pittura di Stefano Jus raccontano oggi di imbarbarimenti inquietanti, di attraversamenti sofferenti che il soggetto compie nel dolore, con vene nuove di ironia, magari di sarcasmo, o al contrario di malinconia e tenerezza. Anche lo sguardo sa la modernità della percezione, fatta oggi più di icone, spot, videate riproposte migliaia di volte con ci l’artista gioca, con cui magari provoca, con cui comunque fa i conti.

Dirò ancora della penetrante sensibilità per certi impatti cromatici (penso a certi studi sul rosso di Caravaggio o a certi inserti cromatici in posizioni inattese)? O dello slancio con cui l’idea si condensa ogni volta nelle linee della matita, fogli su fogli, magari di notte, sotto lo sguardo di disappunto ammirato di chi gli vive a fianco?

Mi basta aver indicato tre nodi che mi paiono centrali, che consentono un percorso. Il resto non mancheranno di raccontarlo le opere a chi si fermerà per guardarle.

 

STEFANO  JUS

 

 

Nasce a Pordenone nel 1963.

Frequenta studi tecnici e si forma artisticamente con la figura del padre Duilio.

Dal 1984 al 1993 lavora in uno studio di progettazione a Pordenone, collaborando con diversi professionisti.

In questo periodo realizza dipinti murali di grande formato a Pordenone e Cimpello, le vetrate nella chiesa di Orcenico di sotto, di San Francesco di Vito d’Asio e altri interventi legati all’architettura.

Nel 1992 realizza due fontane, a Pordenone e Zoppola e scolpisce una croce in marmo per una

cappella cimiteriale.

Parallelamente dal’85 il percorso pittorico è stato visibile nelle mostre personali e collettive organizzate in Italia e all’estero.

Tra i riconoscimenti più importanti il primo premio alla biennale di Padova nel 1986,

premio TOP TEN Promosedia Udine 1995, primo premio fiera internazionale di Singapore 1997,

premio CATAS 1998, secondo premio EXPO 2000 Bauhaus Dessau 1999.

Nel 1995 fonda GIOCOFORMA studio laboratorio per la produzione di giocattoli e oggetti d’arredo.

Nel 1999 è invitato al concorso internazionale per EXPO 2000.

Tra il 1999 e 2000 espone delle sculture lignee di grande formato in diversi comuni del Pordenonese.

Nel 2001 realizza un gruppo scultoreo per il CSM di San Vito al Tagliamento e una composizione

lignea per l’auditorium comunale di Zoppola.

Nel 2002 installa una scultura fontana a Cordovado, una meridiana e realizza un dipinto murale a Cinquestrade.

Attualmente insegna disegno presso la scuola mosaicisti di Spilimbergo e collabora con varie commerciali per la fornitura di progetti legati all’arredo.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *