Giovanni Simione

Giovanni Simione

06-27 ottobre 2012

Simione
Simione

DA BABELE A PULCINELLA

La pittura di Giovanni Simione

… nel cielo galoppano porcelli di nuvole …
(da Le donne di Rubens di Wisława Szymborska)

Non è facile la pittura di Giovanni Simione. Non è facile perché viene da lontano, perché il nostro occhio abituato a pitture più antiche o più moderne fatica a mettersi in sintonia con una serie di soggetti e soprattutto una tecnica che è così tradizionale e al tempo stesso così fuori tempo. Si tratterà allora di lavorare in due direzioni per mettere a fuoco il senso di questi lavori: bisognerà da un lato sforzarci, qui e ora, di decodificare significati, di cercare nel gioco di simboli ripetuti un senso, dall’altro cercare le radici, la sorgente di questo modo di fare pittura che sentiamo così “antico” e così “pittorico”,. Non sarà necessariamente il senso che ad essi avrà voluto dare l’autore, ma poco male; il simbolo, si sa, gode di essere interpretato e vale forse per quello che nel tempo lo spettatore o il lettore vi ritrova, tirandolo fuori dalla sua tasca di uomo del suo tempo, di quanto l’artista ci abbia messo all’origine. Partiamo da qui, dunque, lasciando sullo sfondo per un attimo una prospettiva storica, e cerchiamo di raccontare le tele. Che ci offrono una gamma di soggetti che si ripetono, si combinano fino a creare una microgrammatica, in un complesso equilibrio fra il dato realistico e quello fantastico, surreale, a tratti espressionistico. Babeli intanto, enormi, ripetute e ossessive raffigurazioni di una torre, sempre la stessa, isolata in mezzo a un paesaggio roccioso o desertico, fatta di archi su archi che salgono per setto otto piani fino a culminare in un tempietto estremo, un cupolino sopra il quale non vi è che il cielo, fatto di volta in volta di nuvole, temporali, magari abitato da presenze inquietanti come una penna che vola, una melanzana. A volte la torre è incompleta, altre volte è franata, è deserta o illuminata da una luce che proviene dal suo interno e delinea il profilo di archi su archi. L’abbiamo già incontrata questa torre, nei quadri di Pieter Bruegel, di Abel Grimmer , nelle installazioni di Marta Minujin. E’ Babele. non vi è dubbio, questa torre di cui ci racconta la Bibbia, nata come maledizione, sfida impossibile per scalare il cielo, come l’impresa parallela dei giganti del nostro mondo classico, e destinata prima ancora che al fallimento, al crollo irrimediabile, a un altro esito: alla confusione delle lingue. Nelle tele di Simione non ci sono uomini, non si parla ancora della confusione ma si coglie piuttosto questa mole enorme, forata come un groviera, imponente e inutile. Presunzione e confusione, un’immagine che viene da lontano ma suona forse più vera oggi, in cui la confusione è diventata totale, in cui l’eccesso di comunicazione svuota ogni messaggio di ogni senso possibile. Una piramide, come questa torre appare, ci ricorda altre piramidi, i grandi segni del potere: dai Faraoni alla piramide di Ismail Kadaré alla piramide di Hoxha che ancora campeggia a Tirana. Ed è un dato

interessante perchè suona come una ostentata polemica contro la vuotezza del potere, contro la presunzione di ogni regime: un dato che ha le sue ascendenze storiche ben precise, come vedremo. Accanto a questa figura emblematica di una Babele antica e contemporanea, incompiuta, franata, illuminata, notturna, se ne affollano altre, sia in un alternarsi di fasi che si sviluppano nel corso del tempo sia in forme variate di compresenza.

I giganti intanto, certe figure di uomini mostruosamente grandi che incombono nudi sulle case, sul mondo, anche questa allegoria del potere, forse variante di quella stessa babele, richiamo alla scalata dell’Olimpo, come accennavo. Figure pittoricamente maestose, da riempire una parete, da svilupparsi in trittico a dire la prepotenza e l’ottusità, busti informi, quasi senza braccia a raccontarci di una violenza cieca, come quella di poteri occulti e meno occulti che oggi più che mai agiscono nel mondo.

Sul versante opposto altre due immagini ricorrenti, icone direi della pittura di Simione, la maschera e il porcellino. La maschera è da sempre l’antagonista del potere: Pulcinella sornioni, a volte enormi, con le gambe come lunghi trampoli, altre volte ridotti a parodia di se stessi, burattini di pezza abbandonati inerti, sono comunque icona della protesta. Protesta fatta di ironia, di sarcasmo, di “napoletanità”, verrebbe da dire, di quel disincanto che non è protesta violenta o rabbiosa ma piuttosto messa alla berlina, sfottò, sguardo di sufficienza. La lotta più forte che si possa immaginare, a ben pensarci, cioè la capacità di demolire la presunzione del potere volgendola in ridicolo: nessuno sparerà mai a una maschera, nessuno potrà difendersi dal tarlo della parodia, nè poteri consolidati, dotati di nome e cognome, nè poteri occulti, “sistemici” come quelli della modernità (economia, finanza, pubblicità…). A volte le maschere stesse, con le loro gambe magre e lunghe come pali, diventano gigantesche, camminano sul mondo e indossano i modi del potere arrogante: la protesta, perfino la democrazia, perfino la satira non sono immuni dalla tentazione di prevaricare. Il maialino rosso ha una funzione analoga, non fosse che per la forma, il colore di questa riuscitissima icona. Curioso dirigibile, privo di ogni aggressività, fuori posto in ogni posto, divertissement all’apparenza innocuo, diventa un richiamo inquietante ad altre dimensioni, si insinua nei paesaggi del potere, magari dorme sornione ai piedi della torre di Babele, magari si fa cavalcare da un Pantalone e fa rotta verso il centro del potere, navicella improbabile che punta eroica e disincantata verso l’astronave del Male. Ecco un maialino rosso, eccone un altro che veleggiano senza bombe e senza mitragliatrici, verso la torre di Babele, loro stessi della forma buffa e panciuta di una improbabile bomba. Sono immagini questa volta di una sorta di felicità individuale, di una paciosità che sta e gode della propria autonomia, immagini del privato, mi verrebbe da dire, dell’autosoddisfazione che renderebbe tutti più felici, in un godimento istintivo, bonario, pacifico. Ma forse ho nella mentre il buon Orazio che del porcellino, fosse pure quello di Epicuro, aveva fatto il proprio emblema di vita.

Altri simboli si ritrovano nelle tele di Simione, ciascuno li riconoscerà e ne farà l’uso che ritiene. Segnalerò ancora quel rombo allungato, quella specie di ago di bussola a quattro colori che ritroviamo nel trittico della primavera, in qualche veduta di Babele:

Un ago di bussola, davvero, una geometria precisa che pare indicare una strada, una linea per uscire da questo mondo così dissonante e confuso, ma resta lì, non gira, non indica nulla. Come resta lì la penna che vola, leggerezza che non salva il mondo, oppure quella enigmatica melanzana bianca che spunta in cielo e ci parla di un mondo davvero capovolto. Quella che ho descritto, lo dicevo, è forse la mia lettura del mondo, la mia chiave per leggere le tele di Simione più che la sua chiave di artista, ma poco importa: l’opera ci parla e ciascuno la ascolti ricostruendo un suo senso.

Resta da dire della prospettiva storica, resta da capire da dove viene questa pittura, così fuori tempo nel nostro tempo di sperimentazioni, installazioni, astrattismi. Poi leggi nella biografia che alle spalle di Simione sta la pittura di Franco Gentilini, quello che è stato il suo maestro all’Accademia d’arte di Roma ma che ha maturatola sua esperienza in quel clima incredibile che fu negli anni Venti Trenta la Scuola Romana. Ambiente eterogeneo, certo, ma in cui non è difficile tracciare alcune linee comuni: dal legame con la città di Roma, viscerale e complesso, a quel particolare tipo di realismo in cui maturano Guttuso, Vespignani, Pirandello, Corrado Cagli, Giuseppe Capogrossi, al mito dell’antico, al legame forte per il “mestiere”, per la pittura intesa come arte nobile, al gusto per la sperimentazione ma soprattutto all’insofferenza verso ogni arte di Regime. Molte delle opere di questo gruppo nascono proprio come reazione alla retorica dilagante, ci raccontano di realtà intime e dimesse, di prospettive cariche di inquietudine, di una città colta nei suoi luoghi più nascosti. Si può ripercorrere a questo punto la mostra e l’intera produzione di Simione e non mancheranno le sorprese, come ricordi in filigrana che da quel contesto culturale e artistico arrivano fino a lui, fino a noi. La serie delle cattedrali di Gentilini avrà qualcosa a che fare con le torri di Simione, non fosse che per la presenza incombente e dilagante sulla tela, e certe figure sode di donne nude le ritroviamo addirittura nei giganti. “Demolizioni” di Afro Basaldella del 1939 è già una sinopia della torre di Babele, per dire che Simione eredita di fatto un clima, con la sua complessità e la sua ricchezza. Assieme a certa ironia in cui l’ispirazione lirica si unisce a un rigore intellettualistico acuto (si è parlato di “primitivismo sempre venato d’ironia”), o la capacità di costruire prospettive spaesanti e ribaltate nelle quali inserire figure ed oggetti. Simione continua su questa linea: un bel quadro presente alla mostra, un piatto di acciughe, una maschera di Pulcinella disarticolata e ribaltata in un piatto, sullo sfondo la cupola di San Pietro, un tramonto a Roma, è quasi la summa di temi che dall’esperienza di Gentilini è arrivata fino a lui. Ma aggiungendo ovviamente molto di suo. Penso soprattutto all’ultima fase della sua produzione in cui temi nuovi (bucrani, nature morte, ecc.) vanno di pari passo con un interessante ripiegamento. Siamo davanti ad una sorta di metapittura, in cui la tela raffigura altre tele, l’interno dell’atelier del pittore. Scena non nuova, certo, ma interessante perché offre l’occasione di sperimentare nuovi equilibri compositivi, nuove dialettiche fra temi, soggetti, concetti che hanno attraversato la vita e l’attività di Simione. Fra tutti non sfugga lo sguardo ironico di un Pulcinella che dalla sua terrina-contenitore osserva cinico e perplesso il quadro con una bella e seducente modella discinta: autoironia, sguardo sul nostro tempo o, come qualcuno ha voluto “dolore dell’uomo con la sua straziata e straziante, incolmabile ricerca”.

Resta da dire, da ultimo, qualcosa sulla pittura, cioè forse la cosa più importante visto che di un pittore si parla. Ma è impresa in certo senso facile perché nelle opere di Simione chiunque coglie la tecnica potente della rappresentazione, la capacità di confrontarsi con i generi più difficili, prima fra tutti quella pittura a olio che oggi è sostituita spesso da tecniche più “artificiali” e moderne. Si coglie al primo sguardo il controllo dei colori, l’equilibrio della composizione che ha alle spalle un lungo mestiere di accademia ma si apre di continuo a stimoli e forme nuove. Si coglie la grandiosità di certe concezioni, la potenza di respiro, epico direi, con cui viene strutturato il trittico, o al contrario la vena sognante e lirica di certi voli leggeri e sognanti (viene in mente Chagall, certi suoi cavalli volanti da favola, ma è solo una suggestione che nasconde una ispirazione del tutto diversa). Il piacere della pittura, anche questa è una eredità che viene dal clima della Scuola romana, e nei quadri di Simione si coglie con forza: il piacere della pennellata, dell’accostamento cromatico, della creazione che è forse l’unica forma di gioia sottratta alla demolizione intellettuale. Lo si ritrovi, e non sarà difficile, in un’opera come la Primavera dove la stagione, l’albero e le foglie sono pretesti per una composizione che subito prende vie sue, fatte di colore, fantasia, creazione che scavalca ogni realismo. Come la strana figura in bilico sulla scogliera scavalca agile

il mare e le cose e ben compendia l’anelito ad un mondo altro. Mentre in cielo maturano melanzane e le bussole vanno alla rinfusa…

 

Paolo Venti

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