Cristina Lombardo

Cristina Lombardo
10-24 marzo 2012

Cristina Lombardo
Cristina Lombardo

LA MOSTRA DELLE EMOZIONI

Cos’ha a che fare l’arte con i diari, con le lettere d’amore? Che razza di mostra è questa di Cristina Lombardo? Si fanno opere d’arte senza pennelli o senza scalpelli?

Sì, si fanno opere d’arte anche così. Il Novecento ci ha abituati all’arte intesa come gesto, come trasposizione immediata della vita, arte come presenza di sé. Questo è la mostra che viene proposta dall’artista: un percorso attraverso le storie della propria vita, ma sotto la categoria dell’intervento. Lettere d’amore, ostentate, rese pubbliche perché è dell’arte in qualche modo questo processo di esteriorizzazione, è dell’arte, sempre e comunque, questa categoria del pubblico. Ma è dell’arte anche l’intervento, appunto, che significa in questo caso la selezione, il nascondimento, l’ostentazione. Anche il proprio io può essere oggetto artistico, il proprio privato, la propria vita, questo è il senso del lavoro di Cristina Lombardo che espone idealmente quanto di più privato vi può essere nella vita di una persona: la corrispondenza sentimentale, il privato per eccellenza. Banale ostentazione? No , certo, perché l’arte si pone come filtro, scelta , al limite dominio. L’arte qui è precipuamente comunicazione nel senso che è lo spazio in cui l’artista può, consciamente, deliberatamente, decidere cosa comunicare, cosa mostrare di sè, cosa velare, cosa proporre in modo surretizio, al limite ingannevole. L’arte diventa quell’interfaccia fra sè e il mondo che il soggetto artista può calibrare, decidere, pianificare. Le lettere sono scelte, fotocopiate (e quindi ecco un primo livello di falsità, di artificio, fare-arte appunto), poi strappate, variamente riassemblate magari a significare altro. Parti del testo sono abilmente celate, parti sono evidenziate per trascinare lo spettatore in questo gioco che è di sorpresa e di fantasia al tempo stesso, di detto e taciuto insieme. Le installazioni sono ad un tempo ostentazioni e provocazioni, sono rappresentazioni di sé, del mondo, dei rapporti  umani, verità profonda e incisa nella carne ma anche finzione, gioco al rimpiattino. Tu spettatore devi fare i conti con frammenti di lettere, e nemmeno ti metterai a ricostruire nulla perché troppo complesso è l’animo umano, troppo difficile dipanare un senso anche quando le lettere sono intere, figurarsi quando l’artista le ripropone a brandelli.

Questo dei brandelli è un secondo ordine di lettura interessante. Brandelli, certo, perché solo brandelli possiamo alle fine ricavare dalla nostra vita, solo tracce esili, pezzi di discorso. Bene raccontava il titolo di Barthes quando proponeva quel teto straordinario che è Frammenti di un discorso amoroso. Perché di una cosa effimera e difficile come l’amore al massimo parliamo di frammenti, al massimo l’artista stesso sa proporci suggestioni.

Arte allora qui cos’è? Messa in scena, come ha da essere di ogni arte, di ogni discorso che si proponga di avere una sua solennità di uscire dal banale cicaleccio. Messa in scena di sé, sublime cortocircuito che è sfida, discorso privato e pubblico insieme. Arte, in definitiva, perché a ben vedere quello dell’arte è sempre e comunque discorso privato pubblico, per sé e per gli altri, di sé agli altri magari.

 

Installazione, questa è la categoria a cui di solito si ascrive questo genere d’arte, ma installazione della propria vita, estremo esito di quel cortocircuito fra arte e vita che la cultura moderna ci ha abituato a percorrere. Il proprio diario esposto a parete, fatto tazebao in una rottura conclamata dell’intimità, brandelli di lettere d’amore a parlare di una nostra esistenza che si dipana fra entusiasmi e difficoltà, cadute ed entusiasmi.

Arte e linguaggio, altro binomio che siamo abituati a esplorare nella modernità: arte fatta di scrittura, di giochi di equilibrismo fra il valore di significato e il valore di segno  che la scrittura coniuga in sè. “Tua per sempre”, questo il titolo che Cristina Lombardo ha scelto per la sua mostra, una di quelle frasi appunto in cui si condensa a seconda dei casi il massimo di verità, di dono profondo di sé, e l’effimero del segno che si lascia scrivere, che magari sbiadisce, magari non significa più nulla dopo qualche anno, traccia delebile che ha portato per qualcuno, e solo per qualche tempo, una carica incredibile di senso.

Arte come ricerca di una comunicazione, nello sforzo di capire cosa resta di sé guardando da fuori, cosa siamo noi per il pubblico che ci guarda, che cosa sono i nostri sentimenti e le nostre emozioni nel grande gioco della vita. E per esporli, per fare la prova, eccone esposta la versione scritta, manoscritta: quel biglietto che ha segnato una svolta forte, intensa della mia storia personale è anche segno grafico, ha una sua esistenza anche per chi non vi ha partecipato, per chi non mi conosce. Esiste anche svuotato di significato, esibito come documento. E’ in questo crinale che va ricercata a mio avviso il senso di questo lavoro, in questo interrogarci che è di tutti noi, urgente anche se a volte non conscio: cosa arriva agli altri del mio dire,del mio sentire? cosa sopravvive nei passaggi vari che stanno fra me e il mio prossimo, al limite fra l’artista e il pubblico? di un sentimento, prima sentito, e magari confusamente sentito, poi tradotto in pensiero, poi in parola, poi in grafia, stagionato in un cassetto chiuso a chiave per anni, e poi di nuovo ritradotto in grafia, ritaglio, lettura, emozione indiretta, cosa resta? Cosa resta di quello sentito io allora? Domanda interessante, domanda che da sempre tormenta ogni uomo, tanto più ogni artista che di questo rifrangersi difficile di emozioni ha fatto il suo mestiere.

Paolo Venti

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