Bruno Aita

Bruno Aita
15-31 dicembre 2012

aita_anteDalla serie alla maschera serotina del mondo

 Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo…

(Cormac McCarthy, La strada, Torino 2007, p. 3)

Bruno Aita è una figura ormai nota nel panorama artistico regionale e non solo. Presente da anni in tutte le più importati rassegne e gallerie del Friuli Venezia Giulia – da Hic et nunc a Palinsesti, dalle due personali presso la Galleria Sagittaria di Pordenone, alla retrospettiva sui maestri del ‘900 friulano svoltasi di recente a Cividale – ha una sua identità originalissima, irriducibile alle codificazioni del contemporaneo: inconfondibili sono i suoi temi, le maschere antigas, i boschi senz’aria, gli aerei da combattimento, i tubi-condotti-serpenti che, come una specie di meccanico e vetusto alieno, abitano paesaggi invivibili, specchio di una realtà industriale “moderna” giunta al suo ultimo stadio. Inconfondibili sono i suoi neri, pastosi e risonanti d’ombra, sia che si tratti di vernici per lamiere d’auto che del carboncino bruno e caldo dei disegni.

In occasione di questa mostra abbiamo voluto però fare un passo indietro, riandare all’origine di questo immaginario e proporre quella produzione che, tra la fine degli anni ‘80 e la metà dei ‘90, ne rappresenta la fase di incubazione. Si tratta di opere che potrebbero apparire meno personali rispetto alle successive – in bilico, come sono, tra un avvio in forme astratte e una vocazione alla figura. Ma proprio la dialettica tra una struttura fortemente coercitiva, inizialmente rappresentata da una griglia, da un modulo seriale, e il primo abbozzo della maschera – “il” tema di Aita, la maschera antigas usata per proteggersi dalle esalazioni delle vernici, che l’artista ha utilizzato negli anni di lavoro in carrozzeria – le rende sospese in una dimensione particolarmente suggestiva: come di qualcosa che preme per emergere e nel contempo pone a se stesso il vincolo di una rigida disciplina formale.

Altro aspetto che fin da ora si segnala è la ricerca sui materiali, piuttosto inusuali in arte: l’antirombo utilizzato per i pianali delle auto, le vernici a spruzzo e a spatola, che plasmano, grazie alla consistenza vischiosa delle plastiche, neri irripetibili, caldi, raggrumati e opachi, oppure lisci e lucidi. C’è già, qui, tutta la “materia” e la gamma di sfumature delle opere successive, dal nero più profondo al bianco assoluto delle lame di luce che tagliano le superfici seriali di alcuni lavori dell’‘89.

In questi, Aita sperimenta una composizione modulare di rettangoli monocromi, variati solo nella texture e interrotti dall’incursione del bianco. Siamo entro un linguaggio astratto-geometrico, addirittura con un accenno di optical. Ma è proprio in uno di questi tre pannelli, Sequenza materica a variazione di temperatura, che prende corpo dapprima la figura della maschera, con il suo carico di simbologia. Maschera minacciosa, dalle grandi orbite vuote, dal muso protuberante e inespressivo, rimanda non solo al vissuto dell’artista, ma anche ai temi della violenza della guerra, dell’alienazione del lavoro, dell’emergenza ambientale.

Nelle opere successive, della metà degli anni ‘90, questa maschera si svincola dalla ripetizione del modulo e viene rappresentata entro una fascia-schermo, su lamiere convesse intitolate Video mutanti: uno schermo-televisore, in cui queste larve abitano come fantasmi di una società in decadenza.

E si arriva così al 1997, alla lamiera titolata Davanti la maschera, dove la figura umana appare quasi intera, con guantoni e tuta, abbarbicata a un tubo che la collega a non si sa quale esterno. Il mostro-maschera ricorrente nelle opere successive è ormai sgusciato dal bozzolo: una parvenza umana snaturata, pronta ad abitare boschi e paesaggi grigi, contaminati, inabitabili, “senz’aria” appunto. E non è solo una questione di ambiente. Il male, sembra dirci Aita, è più profondo e interno, è quella luce sempre notturna, sanguigna e artificiale che promana da un mondo malato, malato non solo nella concretezza di luoghi e spazi ma anche nella dimensione dei legami sociali – vedi il riferimento ai media e alle notizie dei telegiornali – nel disfacimento delle strutture intrinseche dell’“umano” come è stato concepito dal Rinascimento a noi. L’esperienza del moderno ha partorito il senso, barocco e postmoderno, di una decadenza epocale che ha le proporzioni della catastrofe.

 

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