Adone Brugnerotto

Adone Brugnerotto
10-24 novembre 2012

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Meccaniche esistenziali

 

La ricerca di Adone Brugnerotto afferisce a due distinte e solitamente lontane matrici: l’informale, a cui rimanda soprattutto il trattamento della superficie pittorica, e una sorta di iperrealismo che consiste nell’identificare come propria cifra un oggetto-soggetto, astrarlo da ogni contestualizzazione, ingigantirne le proporzioni e farlo vivere in uno spazio pressoché vuoto, dove si impone con una sorta di forza autodichiaritiva.

L’oggetto-soggetto in questione, al centro del lavoro dell’artista, è una parte meccanica appartenente agli impianti in acciaio, risalenti a oltre un secolo fa, dell’azienda dove Brugnerotto ha lavorato per parecchi anni: viti, giunti, raccordi, eliche, valvole, cilindri, mozzi, distanzieri, boccole… oppure lamiere tagliate e ripiegate, archetipi di “costruzioni” e di “contenitori”. Un repertorio di oggetti concreti, che la pittura “sporca”, bituminosa di Brugnerotto restituisce in tutta la loro greve fisicità; un catalogo di oggetti “impoetici”, che escludono la categoria artistico-letteraria del “vago”, la polisemia del simbolo, e non rimandano ad altro che a se stessi – come evidenziato anche nei titoli delle opere, che si limitano a nominare queste componenti meccaniche ricorrendo a un asciutto vocabolario tecnico,  improntato all’esattezza di chi, quelle forme, le ha maneggiate per lavoro, per anni.

Questo scarno catalogo è tuttavia sufficiente ad codificare alcune fondamentali strutture compositive: disequilibrio e movimento nelle viti senza fine, impostate sulla diagonale e così marcatamente asimmetriche, da dare l’impressione di penetrare con violenza, provenendo dal di fuori, lo spazio della tela; centralità e staticità, per esempio nei perni e nei

 

raccordi, piantati risolutamente al centro delle composizioni, da cui se mai tendono, con la forza lenta della loro massa, a espandersi all’esterno; pieno e vuoto, il pieno delle parti meccaniche rotondeggianti contro il vuoto e il “dentro” delle lamiere…

L’orizzonte teorico potrebbe sembrare quello, di tipo analitico, della riduzione e della verifica delle forme: riduzione della lingua pittorica a pochi, essenziali morfemi, collegati in una sintassi minima di cui si analizzano la coerenza interna e la tenuta.

Ma questa matrice analitica, che riconduce, si diceva, all’iperrealismo, convive con l’altra componente, con un materismo di ascendenza informale che sposta il senso di queste opere verso una dimensione più intima ed esistenziale.

Il nero caldo, la pasta grassa del colore misto a olio e bitume, gli aloni, le macchie, la patina bruna che ricorda l’ossidazione dell’acciaio, segno del tempo; la stesura sgranata del colore, l’assenza di margini netti, come se anche questi oggetti, pur così pesanti e poderosi, si sfrangiassero infine nello spazio e nel tempo, e fossero anch’essi sul punto di disfarsi dentro il paesaggio – a cui alludono a volte alcuni essenziali tratti dello sfondo – o semplicemente dentro il vuoto della tela o della carta gualcita, un vuoto vivo del sentore di officina, di tracce, segni minimi, segno di minime esistenze… Tutto ciò porta la grammatica delle forme ad assumere uno spessore nuovo: disequilibrio e staticità, movimento e centralità, pieno e vuoto, aperto e chiuso diventano forme dell’Esistenza, che si manifesta, con il suo ineludibile portato di finitudine, anche nel più semplice, “impoetico” oggetto meccanico.

 

Chiara Tavella

 

 

 

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