Quirino Venerus

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Vibrazioni cromatiche

La prima impressione che si prova guardando le opere di Quirino Venerus è quella di un dejà vu, sia per un immediato salto indietro che ci riporta al mitico Pollock, sia per la molteplicità di lavori ispirati all’action painting che si sono visti nel tempo, in Italia ed all’estero.Sarà anche una impressione giusta ma che cosa si vede di nuovo nel mondo dell‘arte contemporanea ove sembra che tutto sia stato detto? Le ricerche artistiche degli ultimi anni si muovono su due direttrici piuttosto evidenti, la contaminazione e la rivisitazione, ma mai in una operazione di passiva assimilazione. E’ sempre possibile riconoscere una differenza, una soggettività, una scelta che fa la differenza e segna la novità, la distanza.

L’action painting di Pollock, e di altri del suo tempo, si sublimava ed esauriva nel gesto, nell’impulso che contava più del risultato. Lo stile del dripping contemporaneo è piuttosto teso a risolversi proprio nel risultato finale nel prodotto. Certo è l’impulso anche per Venerus a spingere alla creatività ma il gesto è frenato da un’idea, e talvolta dallo stesso strumento, la spatola, che lavora in modo del tutto opposto al gocciolamento del colore. Quirino ha alle spalle un percorso che testimonia e documenta una ricerca sperimentale che arriva alle opere attuali per scelte selettive che spostano progressivamente verso esiti compositi e polisemici.

Si parte dal colore inteso come molecola, punto, pixel, per utilizzare il lessico della civiltà dell’immagine del nostro tempo, e poi lo si lavora con interventi successivi che chiamano in campo effetti optical, cinetici. Il piano diventa un puzzle musivo in cui le tessere non sono però monocromatiche ma microcosmi che celano altre e molteplici sfumature di colori.

Il tutto diventa vibratile, in movimento, un mondo in divenire alla ricerca di una provvisoria messa a fuoco che potremmo chiamare equilibrio dinamico. Venerus, per quanto meno giovane di tanti artisti che oggi si cimentano con l’arte digitale, dimostra di aver pienamente colto e fatto proprio, lo spirito di un mondo dell’immagine ove la realtà si compone e decompone per punti e per linee e non esiste se non in questi limiti. I suoi lavori sono complessi perché contengono informazioni sovrabbondanti, perché traducono in colore i milioni di dati che concorrono a formare un messaggio. Sembra che Venerus sia attratto particolarmente dalla comunicazione, dai suoi codici e si preoccupi innanzitutto di mettere a fuoco la straordinaria somma di possibilità espressive che abbiamo a disposizione.

Nell’action painting il gesto era più importante del risultato, in Quirino Venerus l’esplorazione del linguaggio è più importante del messaggio stesso. Ecco perché l’effetto che si percepisce è innanzitutto quello di una raffinata ricerca linguistica che esplora in lungo e largo i fonemi e morfemi di segni pittorici apparentemente già conosciuti.

Una ricerca che si realizza e esaurisce nell’opera stessa perché nessuna stampa, nessun monitor riuscirà mai a riprodurre quelle sfumature che Venerus ricerca volutamente nei suoi lavori. Forse è in questa direzione che deve andare anche l’arte contemporanea, riprendersi una originalità non riproducibile, non duplicabile a piacimento.

Le sensazioni che si provano guardando i lavori di Quirino Venerus portano proprio in questa direzione, ma dicono anche di più, che il mondo di cui facciamo parte è sempre più virtuale, artificiale, e quindi precario: lo si capisce in quelle dissonanze cromatiche che danno vertigine (come ad esempio nelle opere Ice, Paillon), confondono i sensi, disorientano quasi i nostri occhi, disperatamente tesi a cercare appigli a cui ancorarsi. E’ quanto si coglie anche guardando i Totem, un omaggio ad una spiritualità che nel nostro presente si agita in modo incerto, senza trovare adeguate risposte.  

Secondo una certa critica l’astrattismo è la forma di pittura che esprime la fragilità del nostro tempo.

Venerus aderisce fino in fondo a questa lettura traducendo la fragilità del nostro presente nei suoi neri che catturano come ragnatele, nei verdi profondi, nei bianchi trasparenti o nebbiosi, nei rossi magmatici. Pittura interessante quella di Venerus, ragionata nei processi e emotiva negli effetti, spezzata in frammenti armonici e disarmonici che sono testimonianza di ciò che si desidera e di quello che si teme. Allora l’aniconicità, il rifiuto della forma sono l’unica scelta possibile per esprimere una dimensione esistenziale fatta di contraddizioni forti e irrisolte.

Mario Giannatiempo

 

Il tutto nelle parti

Vi sono percorsi differenti che attraversano la sperimentazione di Quirino Venerus, tornato alla sua antica passione per il colore dopo un intermezzo da imprenditore. Rapidamente, con una lucidità che gli verrà forse da quell’esperienza, egli ha saputo trovare un proprio stile e una cifra inconfondibili, una omogeneità che travalica alcune differenze tecniche (spatola, pennello, olio, acrilico, dripping) per diventare linguaggio riconoscibile, discorso compiuto. Lasceremo da parte un passaggio nel figurativo, addirittura nel campo del ritratto in cui pure non sono mancate soddisfazioni, per partire da alcune opere astratte di pochi anni fa, già recensite da Toni De Carli: macchie irregolari di tonalità  vivaci, rosse, gialle, si accampavano al centro delle grandi tele e instauravano un conflitto/dialogo con forme più regolari, rettangoli, quadrati, quasi la tela fosse uno spazio da invadere, in campo di battaglia, una scacchiera. Secondo modalità tipiche dell’astrattismo si giocava un discorso di dinamiche, di equilibri, a volte di scontri violenti (Apocalypsebridge) che coinvolgevano, evocavano e trattenevano in sé il gesto. Pennellate lunghe, strisce marcate ricordano la mano, il braccio, lo sporgersi del corpo. Ma già si colgono in questi primi lavori degli spunti che diventeranno produttivi nella pittura più recente: l’intrecciarsi dei segni, la necessità di far coesistere tensioni, fino alla tessitura a maglie larghe dentro la quale via via si vanno risolvendo e annidando le tracce più forti sul piano coloristico ed emotivo (Rain flash). E questo mi pare lo sforzo, questa la direzione lungo la quale si muove l’artista: comprendere le cose (gesti, macchie), ma nel senso doppio di “capire” e “integrare” (“è compreso dentro…”), quasi capire fosse integrare. Si scopre una via (la via?) per guardare le cose, forse per salvarle: allontanare lo sguardo, iterare all’infinito un modulo trasformando quell’evento titanico dello scontro in infiniti microeventi, ciascuno testimoniato sulla tela ma perso in una sua ripetizione identica. L’evento (pittorico e non) si fa serie, poi tessitura, texture, trama. Tende a una sorta di entropia dove tutto sta dovunque e non perde per questo la sua dimensione di singolarità, anzi. Si osservino allora le tele, la cura con cui si riempie tutto, fino al bordo, a suggerire che là, oltre il bordo, puoi immaginare ancora la stessa vibrazione di gocce, macchie, linee. Si noti la ricerca una uniformità  dello sfondo, prima appena solcata da ondate cromatiche diverse, poi pacificata in un identico. Ma si abbia anche la pazienza di passare dal macro, dall’impressione “presbite” di una superficie che diventa vibrazione, al micro “miope”, al miracolo di un pattern ogni volta diverso, una microcombinazione da cui dilaga un senso.

La pazienza certosina, dunque, che è cura degli spazi, precisione, amore per il dettaglio, questo leggo ora nelle grandi tele di Venerus, forse più che il gesto spavaldo alla Pollock. La maturazione di chi ha capito che il mondo si centellina, si gusta nelle vibrazioni minime dell’uguale (“Dio sta nel dettaglio”, per citare un vecchia massima, forse di Flaubert). Con la magia ulteriore di una myse en abyme, cioè di una ripetizione all’infinito di una forma dentro ogni suo dettaglio, una sorta di frattale in cui grande e piccolo implodono. La scoperta che nel modulo, in fondo, c’è l’infinito e non servono microscopi o telescopi per scoprire i segreti di questo meraviglioso organismo che abbiamo sotto gli occhi, la realtà.

La produzione più recente di questo artista, di primo acchito, mi ha fatto pensare agli stereogrammi 3D, quei disegni strani che da vicino sono macchie, un po’ alla Rorscach, ma a guardarli da una certa distanza e in un certo modo restituiscono oggetti tridimensionali. E’ suggestivo il confronto, ci dice della modernità che circola nelle opere di questo pittore, ma non provate a sforzare gli occhi cercando miracoli stereo dalle tele di Venerus. Il miracolo non sta lì. Sta nella capacità di rendere quella rete segreta delle cose, quella trama sottile dell’essere. A fissare la tela lo sguardo vacilla, si disorienta dapprima (è una sensazione fisica, sulla traccia di una tradizione optycal ormai ben consolidata). Poi , tiràti pian piano dentro un vibrare di piani, di strati cromatici, di dettagli, entriamo anche noi, siamo già parte di un’armonia, in cui tutto magicamente è ovunque, tutto convive con tutto. E noi, finalmente, con il mondo.

Paolo Venti

 

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