Manuela Toselli

Manuela Toselli

23 gennaio 13 febbraio 2016

toselli

ATTRAVERSO LA MIA PELLE
a cura di Chiara Tavella

Scrivere d’arte è spesso un processo di approssimazione, che da
coordinate più generali, e generiche, procede verso il cuore
dell’opera, dall’esterno verso l’interno, dallo sfondo alla ricerca
di un “centro” che in realtà è anch’esso, nel migliore dei casi,
un’approssimazione del tutto soggettiva. Anche rispetto al
lavoro di Manuela Toselli è utile applicare questo metodo e si
dirà allora che le coordinate esterne sono, in primis,
l’appartenenza alla fiber art, arte che si serve di un medium
tessile e che spesso si appropria di tecniche artigianali, come il
ricamo e la tessitura. Il medium d’elezione di Toselli è infatti la
seta, che l’artista combina con diverse tecniche e preziose
lavorazioni tradizionali, apprese fin da bambina dalla madre e
coltivate poi all’istituto d’arte di Udine, sotto la guida di un
maestro della fiber art quale Gina Morandini. Da un punto di
vista formale lo sfondo lontano è quello dell’astrazione, segnatamente
dell’astrazione geometrica: Malevic, il suprematismo,
l’optical art che compone per serie, moduli, giochi ottici creati
dalla luce… Ma poi, tra i riferimenti stessi citati da Manuela
nelle introduzioni ai suoi lavori, c’è anche Kandinskij, quindi
una visione spiritualistica dell’arte, fondata sull’empatia delle
forme astratte “informali”, antitetica a quella “analitica”
dell’astrazione geometrica, preoccupata di verificare gli
elementi minimi e fondanti del linguaggio visivo – per inciso,
questo è un tratto specifico della contemporaneità, la libertà
con cui gli artisti attingono alla tradizione del Novecento,
mescolandone i diversi linguaggi. Si potrebbe addirittura
pensare che nel suo lavoro vi sia una certa presenza di
estetismo, una ricerca formale volta a creare, pur in forme
nobili, una sensazione di “bello” fine a se stessa – e ho rischiato
di pensarlo anch’io, agli inizi della nostra conoscenza. Non che
una sorta di “bellezza” non vi sia, nei lavori di Manuela, ma va
letta come l’esito finale di un percorso che, tracciate le coordinate
generali, è ancora lontano dall’aver mirato al “centro” e
deve invece inoltrarsi nelle profondità concettuali dell’opera.
Per questo è utile soffermarsi sui titoli che Manuela dà ai suoi
lavori, raggruppati a cicli, anche se di primo acchito questi
titoli potrebbero sembrare difficilmente rapportabili all’opera,
quasi un racconto altro che proceda parallelo al piano visivo.
“Tutto inizia da un sacrificio”, scrive l’artista: il sacrificio del
baco, che viene ucciso per ottenere dal suo bozzolo il filo con
cui si tesse la seta. La pregiata lucentezza del tessuto, “bello” in
sé, nasconde nella propria origine la morte di un essere vivente.
Con tessuti e fili di seta, prevalentemente di colore neutro,
Toselli confeziona lavori che si raggruppano attorno a una
polarità formale apparentemente contraddittoria: da un lato
rigorose geometrie di superficie, dall’altro lavori “morbidi”, in
cui il tessuto è liberamente disposto e assume forme tridimensionali.
In realtà però le geometrie non sono mai così rigide
come sembrano: in Elogio al quadrato, la figura geometrica che
rappresenta il vertice estremo di azzeramento linguistico della
ricerca astratta, il quadrato – penso a Malevic ovviamente –
inscritto oltretutto nel quadrato del supporto, è tracciato da fili
che, trapunti sulla tela, creano un piccolo sprofondamento che
deforma otticamente la purezza delle linee; mentre nella serie
Morbide geometrie accompagnano le linee rigide del mio
pensiero, i moduli quadrati disposti sulla seta hanno margini
che l’organza rende sinuosi, leggermente irregolari; e il titolo
completa l’opera facendo esplicito il senso simbolico delle
forme. Ugualmente i lavori morbidi non sono esenti da una
presenza geometrica che argina, delimita, contiene
l’esuberanza informale. In Proiezioni distanti la geometria è
quella del disegno dipinto sul fondo – quadrato! – che proietta
i propri contorni su un’organza spessa avvolta attorno al telaio;
la proiezione così, evidenziata da fili che fuoriescono dall’opera,
diventa imprecisa e deforme, come imprecisa e deformata è
l’immagine di noi che viene percepita dagli altri, un’immagine
“distante, vuota, un’immagine che solo apparentemente
mantiene i contorni dell’originale” scrive Manuela. In or out? è
un trittico in cui l’elemento modulare, un cerchietto dipinto e
ritmicamente ripetuto in modo da tratteggiare una forma
circolare, tende nel contempo, nel riquadro centrale, ad annullarla,
dilagando sia dentro che fuori il suo contorno. E questo
fuori/dentro non è solo una questione di forme, parla del
rapporto di noi con il mondo. La polarità ordine/caos tocca
l’apice in alcuni lavori recenti dal titolo Prigionieri velati, in cui
un groviglio di fili di seta, costretto entro la forma regolare del
cerchio, sembra caricarsi di una crescente tensione interna,
tende a espandersi, a dilatarsi oltre, in un equilibrio dinamico
costantemente ricreato. Allo stesso modo costantemente
ricreiamo in noi l’equilibrio tra istintività e autocontrollo,
impulso irrazionale e norma. Nell’insieme dunque il lavoro di
Manuela parla di vissuto, di emozioni, di riflessioni intime, di
relazioni, di ciò che siamo, crediamo o sembriamo essere; a
volte anche di attualità – come nei primi lavori che prendevano
le mosse da fatti di cronaca nera. E il tutto, come una sorta di
dermatite psicosomatica, si riversa sulla seta, che sta all’opera
come la pelle sta al corpo, al suo dentro sia fisico che
psicologico. Questo avviene però non attraverso una
trascrizione istintiva e immediata – se non altro per i tempi
lunghi e la ripetitività dei gesti che cucire, ricamare, intrecciare,
tessere richiedono; semmai si tratta di una decantazione

(prosegue su immagine di copertina, vedi sopra)

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