Edo Ianich

Edo-Janich-fronte

L’assessorato alla cultura di Cordenons e l’Associazione Media Naonis invitano alla presentazione della  mostra d’arte di

EDO IANICH

sabato 14 maggio 2016 ore 18.00 Inaugurazione ore 18.00
Spazio Espositivo Sala Consiliare – Centro Culturale Aldo Moro Cordenons
Intervento critico di  Paolo Venti
orario apertura dal 14 maggio al 4 giugno   lun.merc.ven.sab. 16.00 -19.00 esclusi i festivi

NEL MONDO DI EDO JANICH

È impegnativo presentare Edo Ianich, impegnativo perché parlare della sua opera costringe a sfidare in qualche modo i consueti parametri con cui si parla di arte contemporanea. Il suo è un mondo in cui si entra in punta di piedi per restare incantati. Il paragone con la sua casa di Valvasone è facile, la grande casa paterna in cui è tornato a vivere e che si presenta come un gigantesco laboratorio, dal primo piano alla soffitta, un accumularsi vertiginoso di opere, prove, abbozzi custoditi nello scrigno di stanze settecentesche affrescate, nel disordine di un restauro che convive con la creazione continua dell’artista.

Partirei dall’aspetto tecnico, dagli ambiti entro cui si muove Ianich, scultore dai primi anni Sessanta e solo successivamente approdato all’incisione, un’attività che gli darà negli anni grandi soddisfazioni (la collaborazione con grandi case editrici, per dirne una, o l’amicizia con Sciascia, o uno scritto di Paolo VI). Interessante, perché la scultura è per sua natura tridimensionale, invade e crea spazio, mentre l’incisione comprime il mondo in  una bidimensionalità bel indicata dal gesto stesso dell’”imprimere”. Questo vale tanto più per le sculture di Edo che da un lato sembrano ricercare l’essenzialità della forma pura (qualche lavoro ricorda Brancusi), sembrano definire le coordinate dello spazio con linee di forza che vengono verso lo spettatore o lo attirano dentro un sistema nuovo di riferimenti. Anche quando esse  si caricano di una vitalità “terrena” e di una dimensione figurativa (monumenti in bronzo, formelle, opere sacre, ecc.), le opere di scultura o i bassorilievi mantengono questa energia interna che travalica la superficie, possiede lo spazio circostante, diventa azione. Lo si vede nella luce, che parte da dentro, scivola sui piani inclinati, si concentra sulle punte, ma lo si vede anche nel protrudersi delle forme, dei personaggi che sembrano prendere energia da questo metallo liquido per uscire, agire. Ogni invenzione  sembra nuova, anche se vi è una straordinaria padronanza della tradizione artistica: sembra nuova perché quella di Ianich è una strada originale, salda nella lezione dei maestri ma capace di un linguaggio modernissimo, lontano per converso dalle sollecitazioni a volte facili di certe sperimentazioni o di certe avanguardie. Un’arte severa, e non stupisca questo aggettivo: il fatto che tutta l’opera di Ianich sia dominata da una sorta di visionarietà senza peso, da una propensione per il sogno, l’irreale, non impedisce che vi sia un rigore, una serietà di fondo che induce lo spettatore a credere, a fidarsi. A fidarsi nell’arte, intendo, a entrare in questo gioco strano e fantastico che è la creazione artistica. Forse è la vocazione “meccanica”, la sapienza artigianale evidente e mai nascosta da snobistiche finzioni (qualcuno ha parlato di un “senso fabbrile” di Ianich), forse è la percezione di un pensiero, di un significato ben chiaro nella mente dell’artista che si compiace di raccontare, spiegare il significato di questo e di quella scelta, di questo è di quel simbolo: il risultato è che l’opera si staglia nello stupore di una verità ingenua e inconfutabile, disarmante e seducente al tempo stesso. Lo stesso vale per l’arte sacra, dove si resta sorpresi e sospesi davanti all’incanto del sacro, alla resa di un mistero, di un episodio biblico, che davvero pare rivivere lì, nell’immobilità sacrale del bronzo (penso ai cicli di San Pietro a Bagheria o al portale del Duomo di Valvasone), ma vale anche per le opere più svincolate da una committenza precisa, più libere di esprimere il sentire dell’artista. Il segreto, credo, è in quella capacità di cogliere l’emozione dei gesti e delle parole con ingenuo incanto, e di farne pensiero, progetto, opera: quell’incanto un po’ infantile si mantiene, quello stupore diventa contagioso, consente a chi guarda di lasciar cadere categorie di analisi a volte stantie e rigide per godere, se Dio vuole anche noi, di un incanto irripetibile.

La stessa spinta, fosse a rovescio, ha mosso Ianich verso l’incisione, le acqueforti per cui ormai è noto e apprezzato ai massimi livelli (docente a Brera, fedele e amato collaboratore della Sellerio, scoperto nel  ‘72 addirittura da Sciascia). Lavorare di bulino è faticoso, è lungo: una lastra può richiedere mesi, e il risultato non sempre è prevedibile nei dettagli. Ci vuole una sapienza tecnica sublime ma soprattutto bisogna fare in modo che il sentimento “perduri”, come ha scritto bene Attardi, superi l’istante in cui la visione si concentra. L’emozione che diventa intenzione va coltivata segno dopo segno, per migliaia di segni tracciati con un ago e non è facile trattenere nel processo quell’incanto di cui si diceva, quella sorta di sguardo primigenio, virginale che scopre le cose nel loro apparire solitario, a volte, o in un gesto distratto, in una posa inusuale, o il paesaggio in un’ora irripetibile. Uno sguardo “disarmato”, ecco quello che serve per accostarsi alle sue opere, uno sguardo disposto a farsi rapire in un mondo di trasognata smemoratezza, come osserva Guido Giuffrè. La pazienza certosina richiesta dalla tecnica diventa una sorta di percorso lento, poetico in sé, alla conquista di una visione, percepita e che vuole essere palesata, rivelata, direi: da qui un mondo di figure fiabesche, vesti preziose, architetture reali e immaginate al tempo stesso (i cicli su Roma, Venezia, Palermo), capaci di prospettive inattese o di immobilità sognanti, oppure alla serie dei giocattoli d’altri tempi, favolosi e magici.

L’arte di Ianich è così, è un mondo, il suo mondo: per coglierne il senso occorre entrarci, usare le sue  categorie, lasciarsi invadere dal suo ritmo e dalla sua levità. Perderci un po’ la testa, spensieratamente, mi si passi l’espressione.

Paolo Venti

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