Claudia Buttignol

CLAUDIA BUTTIGNOL

sabato 20 febbraio 2016 ore 18.00 Spazio Espositivo Sala Consiliare
Centro Culturale Aldo Moro Cordenons – orario apertura lun.merc.ven.sab. 16.00-19.00 esclusi i festivi

Intervento critico di Alessandra Santin

CLAUDIA BUTTIGNOL NERO LATTE DELL’ALBA

Nero latte dell’alba lo beviamo la sera lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo beviamo di notte beviamo e beviamo scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti. ………..

scrive così Paul Celan incapace di leggere in altro modo un dolore illegittimo, storico, osservato dall’esterno, dal punto indistinto di un Tempo passato. Claudia Buttignol attinge alla stessa fonte poetica ma misura dall’interno il dolore fluido che scorre in lei, senza esaurirsi mai. Questo punto di vista personale la salva dal rischio di estetizzare il dolore storico, la affranca da un lutto dell’umanità che si sottrae all’oblio. Nel ricordo proposto dalla Storia di ciò che è stato, si annida e nutre la speranza che certi orrori non debbano mai più ripetersi. Altro è il viaggio che l’artista fa dentro se stessa nella speranza, invece, di suturare quelle ferite personali che ancora oggi sanguinano. Tale processo pare impossibile per l’animo poetico che rivive auto-accusandosi, ogni istante della propria esistenza passata, come perdita e come lutto, sentendosi colpevole di aver eliminato uno dopo l’altro i desideri di se stessa bambina, il piacere dei giochi e l’illusione dei sogni. Sottratti alla forza propulsiva della fantasia (da faos luce) queste parti del sé si intingono nel nero, vivono l’esperienza del Lager che stermina, che impedisce la scelta, la vita, la luce. Ogni istante rimosso respira attraverso la chimica del gas “Zyklon B” sprigionato dalla razionalità, dalla logica della crescita e delle convenzioni, dal sistema imposto dalle tradizioni. Tutto si fa nero, anche il latte dell’alba della propria esistenza. Non resta che ridare forma al passato vestendolo con abitini bianchi, cuciti uno ad uno, inamidati, resi scultura, ritornati corpo perché non perdano, afflosciandosi, il loro diritto alla vita. Il peltro, il piombo, la rete sono le materie delle camere a gas, dei fantasmi di se stessa bambina presenti attraverso la propria data di nascita, scritta in loop, uno due mille volte. Non numeri tatuati su corpi di persone diverse, ma il medesimo numero che rivive in ogni evento passato e negato. Le cifre della data di nascita della propria madre, della propria nonna ampliano il panorama, recuperando destini simili, non solo familiari ma di genere. Il KLA (Koncentrazion lager Auschwitz) lascia il posto a FB (Frauen Block) orientando poetica di Claudia Buttignol verso le questioni di genere. I diari raccolti in box metallici, rilegati a mano, cuciti in frammenti con foto, pizzi, manoscritti nei quali le parole del desiderio e del bisogno, del senso emotivo femminile diventano simboli universali, alludono a uguali censure imposte dalla cultura normata al maschile, che oggi è viva e assassina, come allora. La forma installativa dei -contenitori di vuoto- in legno grigio, metallico, allineati come vagoni del treno, come blocchi dei campi di concentramento, come i momenti dell’esistenza disposti in senso cronologico, ci interrogano su queste organizzazioni sociali non ancora messe in discussione, estetizzate per rendere plausibile, se non addirittura piacevole, l’errore e l’orrore. Nulla sembra potersi modificare, impossibile cadere dal Tempo della Storia nel tempo della realtà soggettiva, privata, individuale. Ogni frammento rimosso si solidifica in oggetti raccolti mai a caso: ali di farfalle, segmenti di spago, ingranaggi, lenzuola macchiate-strappate e ricomposte, brandelli di abiti che si sedimentano uno sull’altro per dirsi verità indicibili. Ogni dettaglio chiede lettura e dialogo, pretende narrazione e ascolto. Non si illude di riordinare e comprendere gli eventi, Claudia Buttignol, ma di guarirli. Per questo fascia le gambe dei tavoli sbiancati, riveste gabbie di uccelli già morti, recupera bottiglie e mattoni sbrecciati, lucida documenti, toppe e parole, si prende cura di archivi inediti, regolati da enigmatiche categorie. Non sfida mai, piuttosto si espone e si affida al Tempo. Si fida dell’arte una volta ancora.

Alessandra Santin

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