Bruno Vallan

VARIAZIONI SUI RICORDI

La vita non è quella che si è vissuta,
ma quella che si ricorda
e come la si ricorda per raccontarla
Gabriel Garcia Màrquez

Noi siamo quello che ricordiamo, e quello che ricordiamo non è mai esattamente quello che è stato. Ma dunque cos’è più reale, quando le cose sono trascorse? ciò che è stato o il ricordo di ciò che è stato, visto che questo in effetti ci definisce? Un discorso sul ricordo, questo per tanti versi è la mostra di Bruno Vallan, questo è la sua produzione in generale, questo  forse la sua vita. Prescindendo per un attimo dalle tecniche diverse è possibile nei suoi lavori riconoscere un percorso e, alla fine, un segno che sembra la maturazione di un lungo esercizio. Un percorso di scavo che, seguendo anche un itinerario biografico iniziato dalla Scuola di mosaico, possiamo far partire forse da certi pannelli musivi di notevole impatto: una tessitura fitta di pietre grezze, non lavorate, incassate quasi senza fuga alcuna, sembra chiudere ogni possibilità di penetrazione, non fosse per quelle meravigliose “crepe” di smalto lucente che aprono sprazzi di altro, di un oltre, di qualcosa di visto, intravisto, perso. Perso biograficamente, perché il tempo con ciascuno di noi è vorace, ma forse nello specifico di Bruno Vallan accanto ad una perdita consueta se ne è consumata anche un’altra: il lavoro lo ha portato ad altro, a routine meno poetiche, forse, e le immagini care di linee e colori sono state vissute esse stesse come perdita, compensata con fatica e gioia nei musei parigini o nell’amicizia con altri artisti (la Cantarutti, per dirne una). La perdita dunque, come destino che accomuna noi uomini, matrice del ricordo, ma credo in definitiva di ogni forma d’arte.

Anche nelle tele mi pare si possa tracciare un’evoluzione che prende avvio da questo presupposto: partendo dai primi quadri, di grandi dimensioni, in cui linee precise, secche, segnavano sulla tela delle esplosioni di colore. Vi era in quei lavori come un’azione disperata, un’ansia di salvare le tracce dell’emozione prima che svaniscano. Linee decise, gridate, some se salvare le cose dal dissolvimento richiedesse uno sforzo, un gesto deciso. Nel frattempo altri quadri altre sperimentazioni astratte preparavano l’ultima fase che qui documentiamo: delle visioni più ampie, come improvvisi e rari ritorni di un fotogramma, cenni di paesaggio con grandi masse in equilibrio perfetto, cieli e terre in miracoloso dialogo, oppure l’epifania di sagome sfumate, nuvole disgregate di colore che sono quanto rimane di una situazione, di un’emozione. E’ un lungo e paziente esercizio sui colori, sugli accostamenti, perché i ricordi emergono per queste vie, senza definitezza, a volte un suono, o un profumo, o una sfumatura, in un’avarizia disperante con cui l’artista lotta senza posa.

Tutto questo lavoro torna utile nella serie dei nuovi dipinti, quelli in cui forse Vallan trova la propria cifra stilistica e in cui sarà facile riconoscere alcune precise costanti. Innanzitutto un segno, una strana evoluzione delle prime pennellate, una sorta di falce, una mezzaluna, un apostrofo che diventa via via alga, foglia, pagina, addensandosi in sciami sospesi. Un perfetto segno di riconoscimento (viene in mente, ma su tutt’altro versante, la epsilon di Capogrossi) che però marca un punto di arrivo interessante. Il ricordo non va ricercato, non si definisce e non si addensa più, e non si spera più in alcuna magica epifania, ma semmai in un fluttuare di microemozioni, in uno sfarfallio appena percepibile di guizzi (uno “sciame di pensieri”, direbbe Montale, proprio in una poesia su ricordo). E’ un segno che ha una leggerezza nuova, come una piuma, sospeso fra una precisa intenzionalità dell’artista e un arrendersi alla casualità del ricordo. A volte sono come avannotti che risalgono la corrente, queste piccole falci, altre volte lo frangiarsi del paesaggio, o tracce sulla neve: un codice senza distinzione di segni, un codice prealfabetico, un’unica nota variata all’infinito. Queste nuvole di segni si dispongono nel quadro cercando un centro, o una direzione, o una orizzontalità: è l’altra costante, che non esclude delle immersioni a “zoom” nel mare dei segni. Intorno al fluttuare degli apostrofi pittorici si coglie nei quadri più riusciti come una ricerca sottotraccia, tutta pittorica, fatta di campiture incredibili di colori tenui, con sfumature indefinibili di colore. Ocra, grigi, beige, bianchi si compongono come ad accompagnare l’apparire di qualcosa, come le pietre dei mosaici cui accennavo all’inizio. Ma la terza costante di questi lavori ultimi è la riconoscibilità di un paesaggio. Fondi marini, paesaggi innevati, cieli invernali: il groviglio delle falci dialoga con gli sfondi e nasce una cosa nuova, chi guarda trova qualcosa che forse è del tutto diverso dal ricordo perduto ma è qualcosa di emozionante, di rivelatore. Ecco, questo forse è un approdo dell’arte; nell’impossibilità di salvare il naufragio dei ricordi resta una scia di emozioni, un groviglio di energia che alla fine si compone in qualcosa d’altro, diverso ma denso e pregnante di realtà. Non è un caso che un’altra costante che mi pare di cogliere sia la componente materica di questa nuova stagione: al colore sono aggregati filamenti, sabbia, quasi a conferire una nuova esistenza reale a questo addensarsi impalpabile di brandelli di ricordo. Sì, siamo la somma dei ricordi, ma il risultato è tutt’altro dalla semplice somma, perché è nella ricombinazione che si genera un mondo nuovo, quel presente che viviamo adesso. Viviamo della linfa dei ricordi, di quelle leggere carezze che rimangono quando tutto è scomparso (cos’altro sono quelle virgole, quelle piume?). Da questo pulviscolo indistinto prendiamo forza e ricreiamo il mondo per andare avanti.

Paolo Venti

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